
Introduzione
L’esiguità della produzione interna di petrolio nel nostro paese ha reso necessaria ed indispensabile l’importazione di greggio dall’estero. L’approvvigionamento avviene esclusivamente via mare, successivamente il petrolio viene trasportato e raffinato negli impianti sparsi sul territorio nazionale per produrre prevalentemente benzina e gasolio per autotrazione. La naturale configurazione geografica del nostro paese offre numerosi scali portuali dove le navi cisterna, provenienti dalla Russia o dai paesi del Medio Oriente, possono attraccare e scaricare il loro carico. Tale forma di trasporto comporta inevitabilmente delle criticità, infatti, non sono trascurabili i rischi di sversamento di greggio in mare a seguito di incidenti durante la navigazione o durante le operazioni di carico/scarico del greggio. Nel 1991, durante le operazioni di BILANCIAMENTO del carico, la petroliera cipriota Haven esplose nel golfo di Genova sversando in mare parte del suo carico, circa 144.000 tonnellate di petrolio, creando il più grave disastro ambientale del genere mai verificatosi nel Mediterraneo.
Tuttavia, l’analisi dei dati riportata in una recente pubblicazione del Settore Progetti Aree Portuali dell’ISPRA [1] (di cui il presente contributo è una breve sintesi aggiornata) mostra una certa tendenza “positiva” che vede in calo sia il numero di incidenti che la quantità di petrolio sversata, in virtù di una migliore progettazione delle navi cisterna, equipaggiate per legge di doppio scafo, di una normativa internazionale sulla sicurezza del trasporto marittimo sempre più stringente e, non ultimo, di controlli più approfonditi garantiti dal personale addetto nei porti di scalo.
Attualmente, l’attenzione sulle problematiche connesse agli sversamenti di petrolio sembrerebbe essere orientata verso le tecnologie adottate negli impianti di estrazione in mare aperto, soprattutto nelle piattaforme petrolifere. Gli incidenti verificatisi nel Golfo del Messico nel 2010 hanno messo in discussione la validità dei sistemi di sicurezza e l’adeguatezza dei piani di emergenza degli impianti estrattivi offshore.
E’ necessario, inoltre, seguire con attenzione lo sviluppo del gigantismo navale che sta portando alla costruzione di navi merci e passeggeri sempre più grandi la cui trazione avviene usualmente tramite olio combustibile pesante stivato in quantità paragonabili a quelle trasportate da una cisterniera di piccole dimensioni (qualche migliaio di tonnellate). Incidenti recentemente occorsi a portacontainer (in Nuova Zelanda nel 2011 o nella Manica nel 2007) o a navi crociera hanno riacceso il dibattito sulla sicurezza del trasporto marittimo.
La dipendenza dal petrolio
Il sistema petrolifero nazionale è caratterizzato sia da una marcata dipendenza dalle importazioni di greggio sia da una grande attività di raffinazione di petrolio per la produzione di prodotti destinati al mercato estero, per la maggior parte gasolio e benzine. Infatti, i dati pubblicati nell’ultimo BILANCIO ENERGETICO Nazionale [2] mostrano che nel 2011 (figura 1) sono state importate dall’estero 89,9 milioni di tep1 ed esportate 26,7 milioni di tep.
Figura 1: BILANCIO ENERGETICO nazionale (fonte: Ministero dello Sviluppo Economico)
(a) al netto degli apporti da pompaggio
(b) a partire dal 2008 valutato con un p.c.i. di 8,190 kcal/mc invece di 8,250 kcal/mc
per uniformità con le statistiche internazionali e di Eurostat
L’importazione di greggio è necessaria in quanto la produzione nazionale è abbastanza esigua. Infatti nel 2011 sono state estratte circa 5,3 milioni di TEP (prevalentemente in Basilicata), un valore in crescita rispetto all’anno precedente ma inferiore rispetto ai valori massimi segnati nel 2005 (6,1 milioni di tep).
Al netto della variazione delle scorte, il consumo interno lordo del 2011 (calcolato come somma dei valori della produzione e dell’importazione a cui viene sottratto il valore dell’esportazione) si attesta a 69,2 milioni di tep, un valore che rappresenta il risultato più basso conseguito considerando un arco temporale che si estende negli ultimi 15 anni. La riduzione del consumo interno lordo è da attribuire prevalentemente alla riduzione delle importazioni di greggio dovuta all’effetto della crisi economica mondiale. Considerando gli impieghi finali nel 2011, il petrolio è utilizzato prevalentemente nel settore dei trasporti per quasi 40 milioni di tep, mentre l’impiego per il settore industriale, civile e per l’agricoltura non supera i 5 milioni di tep.
Come riportato in figura 2, a fronte della diminuzione del consumo interno del petrolio viene osservato un aumento nel tempo del consumo interno lordo del GAS NATURALE e di energia da fonti RINNOVABILI. Se il contributo percentuale del petrolio al consumo lordo di energia è diminuito dal 54,4% del 1997 al 37,5% del 2011, nel medesimo intervallo di tempo il contributo del gas è cresciuto dal 27,4% al 34,6% e quello delle fonti RINNOVABILI dal 6,6% al 13,3%.
Figura 2: CONSUMO INTERNO LORDO DI ENERGIA per fonte dal 1997al 2011 (fonte: Ministero dello Sviluppo Economico)
Il trasporto di petrolio
I dati riportati nelle statistiche dell’Unione Petrolifera [3] indicano che, nel 2011, l’Italia ha importato greggio prevalentemente dal Medio Oriente (35,7%), dalla ex Urss (38%) e dall’Africa (23,4%). La Libia, a causa degli eventi del 2011, ha fornito solo 6.5% del petrolio totale importato a fronte del 23,1% registrato nel 2010.
Il trasporto di petrolio greggio e dei prodotti della raffinazione avviene esclusivamente via mare utilizzando navi cisterna. Le principali vie di traffico hanno origine nei terminal collegati ai depositi petroliferi (ad esempio Zueitina in Libia o Novorossiysk in Russia) dei principali paesi produttori e terminano nei terminal portuali dei paesi importatori. In Italia i porti amministrati da Autorità portuali che hanno movimentato nel 2006 almeno 2 milioni di tonnellate di prodotti petroliferi sono 15 e sono collegate attraverso la rete nazionale degli oleodotti (che si snoda per circa 4.000 km soprattutto in Lombardia e Piemonte) alle raffinerie sparse sul territorio nazionale. La capacità massima di trasporto della rete degli oleodotti si attesta nel 2009 intorno a 6,8 milioni di m3 di cui quasi il 70% è rappresentato dal trasporto di greggio e circa il 16% dal trasporto di gasolio.
Ad esempio, il porto di Augusta è vicino al polo petrolchimico siracusano compreso nel territorio delimitato dai comuni di Augusta, Priolo Gargallo e Melilli, il porto di Genova serve la raffineria di Busalla, di Cremona e Sannazzaro, il porto di Civitavecchia è collegato con la raffineria di Roma, il porto di Savona serve la raffineria di Trecate e il porto di Ancona è collegato con gli impianti di raffineria nel vicino comune di Falconara. Il petrolio che arriva via mare al porto di Trieste è destinato al terminal SIOT che alimenta l’Oleodotto Transalpino TAL che si snoda per 145 km fino al confine per il trasporto di prodotti petroliferi grezzi verso le raffinerie dell’Austria e della Germania.
Il trasporto marittimo sta conquistando ampi spazi anche per l’importazione di gas METANO che avviene usualmente tramite gasdotto (dall’Algeria e dall’ex URSS). Se nel 2008 l’importazione di GAS NATURALE avveniva per il 98% via gasdotto e per il restante 2% via nave metaniera al rigassificatore di Panigaglia in Liguria, l’entrata in funzione del rigassificatore di porto Viro ha portato la quota d’importazione di GAS NATURALE via nave al 12,6% sul totale importato nel 2011 [4]. Tale percentuale sarà destinata ad aumentare considerato che recentemente sono stati approvati diversi progetti di installazione di terminal di ricezione e rigassificazione del GAS NATURALE LIQUIDO (GNL) in diverse regioni italiane.
Gli sversamenti di petrolio
L’ITOPF [5] ha creato una banca dati in cui sono riportati dati su circa 10.000 sversamenti di petrolio provenienti da navi cisterna, navi mercantili a trasporto combinato e chiatte a partire dal 1970 con l’esclusione degli incidenti occorsi durante scontri bellici. I dati ITOPF includono il tipo di sversamento, la quantità di carico sversata, le cause e il luogo dello sversamento e la nave coinvolta. Le fonti delle informazioni riportate nella banca dati sono diverse: stampa, pubblicazioni su riviste di settore, comunicazioni da parte degli assicuratori delle navi o dei loro armatori. L’ITOPF precisa che la quantità di petrolio riportata negli sversamenti include anche il petrolio bruciato e quello rimasto nelle cisterne delle navi affondate. Inoltre, viene sottolineato come i dati (sia in termini di numero di incidenti che di quantità di petrolio sversata) spesso possono subire variazioni consistenti e quindi viene raccomandata sempre una certa cautela nella lettura e nell’interpretazione dei dati e delle figure.
Nella banca dati ITOPF gli sversamenti di idrocarburi sono generalmente suddivisi in tre categorie: “< di 7 t”, “7 – 700 t” e “> di 700 t”. La maggior parte degli sversamenti (circa l’81%) rientra nella categoria “< di 7 t”, tuttavia tali incidenti contribuiscono in modo limitato alla quantità totale di greggio sversata in mare. Inoltre, i dati relativi agli incidenti della categoria “< di 7 t” sono spesso incompleti per mancanza di informazioni o per omessa comunicazione.
Dal 1970 al 2011 sono avvenuti 1.341 incidenti con sversamenti compresi fra 7 e 700 t e 454 incidenti con sversamenti oltre 700 t. Poiché i dati sono relativi a incidenti casuali, nelle statistiche è evidenziabile una notevole variabilità annuale a seconda dei singoli casi. Tuttavia, come riportato in figura 3, il numero di incidenti con sversamenti di greggio maggiori di 7 t registrati dall’ITOPF è sensibilmente diminuito nel corso degli ultimi 42 anni, sia che si consideri la categoria “7 – 700 t” che quella “> 700 t”.
Negli anni ’70 è avvenuto il 54,0% degli incidenti della categoria > 700 t ed il 40,3% degli incidenti della categoria 7 – 700 t. Gli incidenti occorsi nella decade 2000-2009 rappresenta il 7,2% degli incidenti della categoria > 700 t e l’11,0% degli incidenti della categoria 7 – 700 t. In particolare, dal 2000 in poi il numero di sversamenti “7 – 700 t” è stato sempre inferiori a 20 l’anno (eccezion fatta per il 2000 e 2005) mentre il numero di sversamenti “> 700 t” non è mai stato più di 5 l’anno.
Figura 3: Numero di incidenti con sversamento maggiore di 7 t (fonte: ITOPF)
Limitando il campo di osservazione ai soli incidenti con sversamenti maggiori di 700 t, l’analisi della media di incidente per decade (figura 3) mostra un andamento decrescente nel tempo. Se negli anni ’70 sono stati registrati circa 24,5 incidenti per anno, la media di incidenti per decade si riduce più della metà negli anni ’80 (9,3 incidenti per decade) per raggiungere il valore di 3,3 negli anni 2000.
Figura 4: Numero di incidenti per decade (fonte: ITOPF)
A seguito di incidenti con sversamento in mare maggiore di 7 t, complessivamente sono state riversate in mare circa 5,7 milioni di tonnellate di greggio dal 1970 al 2011. E’ interessante notare come pochi incidenti gravi siano stati responsabili di elevate quantità di greggio sversato come riportato in figura 4. Negli anni ’70 in soli 14 incidenti è stato sversato il 42% del petrolio totale, tale percentuale sale al 66% negli anni ’80 e al 73% degli anni 90. Negli anni 2000, in soli due incidenti è stato sversato il 44% del greggio totale.
Figura 5: Numero di incidenti con sversamento maggiore di 7 t (fonte: ITOPF)
In figura 5 è riportato l’andamento della quantità totale di greggio trasportata e sversata nel corso degli ultimi 40 anni. Fino alla metà degli anni ’80, la quantità di greggio trasportata e sversata segue il medesimo andamento (più greggio viene trasportato più ne viene sversato). A partire dalla metà degli anni ’80 in poi viene osservato un andamento diverso: all’aumentare della quantità di greggio trasportato corrisponde una diminuzione della quantità di greggio sversato.
Figura 6: greggio sversato dal 1970 al 2010 in incidenti con sversamenti maggiori di 7 t vs. quantità di greggio trasportato nel mondo (fonte: ITOPF)
Tale tendenza positiva può essere ricondotta ad una serie di fattori concomitanti. Se da un lato la normativa internazionale ha imposto il rinnovamento della flotta di navi cisterna e l’obbligo del doppio scafo, dall’altro sono stati aumentati i controlli sulle navi per verificarne la conformità alle normative in materia di ambiente e sicurezza.
Le norme sul doppio scafo
La grande quantità di petrolio e prodotti petroliferi sversati in mare ha spinto fortemente la comunità internazionale a dotarsi di un sistema di provvedimenti volti alla protezione dell’ambiente marino e delle coste. Numerose convenzioni sono state firmate da diversi paesi già a partire dai primi anni ‘50 quando a Londra nel 1954 fu stipulata la convenzione Oilpol sulla prevenzione dall’INQUINAMENTO da idrocarburi. Alla Oilpol ‘54 seguirono altre convenzioni fra le quali una delle più importanti fu la Marpol 73/78. Entrata in vigore il 2 ottobre del 1983, la Marpol ha come oggetto specifico l’INQUINAMENTO prodotto dalle navi ed è una delle più importanti convenzioni emesse dall’IMO, l’agenzia dell’ONU che regolamenta il trasporto marittimo. La Marpol è stata concepita per prevenire e minimizzare l’INQUINAMENTO dell’ECOSISTEMA marino da parte delle navi dovuto sia a incidenti che alle procedure di trasporto delle merci, adottando criteri più ampi rispetto a quelli riportati in altre convenzioni. La Marpol, infatti, non limita il suo interesse all’INQUINAMENTO da idrocarburi ma predispone una regolamentazione anche per tutte quelle sostanze che, se immesse nell’ambiente marino, possono mettere in pericolo la salute umana, nuocere alle risorse biologiche e all’ECOSISTEMA marino. Tale convenzione era costituita inizialmente da 5 annessi tecnici, ognuno inerente differenti forme di INQUINAMENTO marino da parte delle navi, a cui è stato aggiunto un sesto annesso col protocollo del 1997.
Nel 1992, in seguito all’incidente alla Exxon Valdez e all’entrata in vigore dell’Oil Pollution Act (OPA) negli Stati Uniti, l’IMO ha approvato alcuni emendamenti all’Annesso I della Marpol entrati in vigore a luglio del 1993. In particolare, la regola 13F prevede l’obbligo del doppio scafo per le navi cisterna di nuova costruzione (costruite dopo il 6 luglio 1996) maggiori di 5.000 tonnellate di portata lorda. A rafforzamento di questa misura, è stata approvata la regola 13G che prevede un programma di conversione delle petroliere esistenti al doppio scafo o, in alternativa, una loro dismissione. E’ importante sottolineare come tutte le navi responsabili dei 20 più consistenti sversamenti di greggio mai registrati erano navi cisterna a scafo singolo, ad eccezione della Aegean Sea, nave adibita al trasporto di carichi solidi o liquidi e dotata di doppio scafo.
Qualche anno più tardi, in seguito all’affondamento della nave cisterna Erika (anch’essa una nave cisterna monoscafo) nei pressi delle coste bretoni nel dicembre del 1999, l’IMO è intervenuta per accelerare il programma di dismissione delle petroliere prive di doppio scafo. Nel 2001, con le risoluzioni del 46° Comitato per la protezione dell’ambiente marino (MEPC 46) sono stati approvati degli emendamenti alla regola 13G dell’Annesso I, entrati in vigore il 1 settembre 2002, ai quali l’Unione europea ha dato seguito con la direttiva 417/2002/CE. Il calendario di dismissione prevede che tutte le navi cisterna monoscafo con portata superiore a 5.000 DWT2 siano smantellate entro il 2010. Tuttavia, è prevista una deroga fino al 2015 per quelle navi cisterna monoscafo di almeno 15 anni di età che superino un test sulla valutazione della solidità strutturale detto CAS (Condition Assessment Scheme).
Dati pubblicati da McQuilling Services mostrano effettivamente una progressiva riduzione della percentuale delle navi cisterna monoscafo sulla flotta totale. Limitando il campo di osservazione alle sole navi con portata superiore alle 25.000 DWT, a marzo 2008 risultavano in circolazione circa 635 navi a scafo singolo per una portata totale di 71 milioni di DWT (tabella 1). Tali navi rappresentano circa il 21% del totale della flotta. Scendendo nel dettaglio delle diverse categorie3, la percentuale più elevata di navi cisterna monoscafo sul totale viene osservata nella categoria VLCC, aventi portata superiore alle 200.000 tonnellate, dove raggiunge il valore del 27%. Valori percentuali più bassi sono osservati per le tutte le altre categorie: 15% per le Suezmax, 16% per le Aframax, 22% per le Panamax e 24% per le MR.
Tabella 1: consistenza della flotta di navi cisterna monoscafo a marzo 2008 (fonte: McQuilling Services)
Dopo circa due anni, McQuilling Services ha riportato un aggiornamento dei dati a maggio 2010 per sole navi cisterna VLCC. Ebbene, come riportato nel grafico in figura 7, la percentuale di tali navi sul totale della flotta si è progressivamente ridotta nel tempo, passando dal 27% di marzo 2008 al 19% di gennaio 2009 fino al 7% di maggio 2010.
Figura 7: evoluzione del peso percentuale delle cisterne monoscafo sulla flotta di VLCC (fonte: McQuilling Services)
Il programma di rinnovamento della flotta delle navi cisterna previsto dall’IMO ha portato un forte impulso alle attività di smantellamento delle navi. In Europa l’attività di demolizione delle navi si svolge in bacini di carenaggio sicuri e ben regolamentati, tuttavia la capacità di smantellamento delle navi commerciali, stimata in circa 200.000 LDT5 per anno [6], è insufficiente a smaltire le richieste del mercato. Per tali motivi, se negli anni ‘60 le navi venivano demolite in Europa (Spagna ed Italia) o in Giappone, già negli anni ‘70 la maggior parte delle navi mercantili finiva il proprio ciclo di vita nei paesi asiatici (Taiwan e Sud Corea). Negli anni ‘80, la crescita economica di questi paesi dell’estremo oriente ha aumentato il costo del lavoro rendendo non più competitiva l’attività di smantellamento della navi che ha trovato nuovi spazi in altri paesi dell’Asia meridionale, per lo più India, Bangladesh e Pakistan dove tutt’oggi le navi vengono smontate a mano sulle spiagge (beaching) con una tutela minima della salute, della sicurezza e dell’ambiente. I dati, riportati in un recente documento della Direzione Generale Ambiente della Commissione Europea [7], mostrano come nel 2009 il Bangladesh ha smantellato il 32,5% del tonnellaggio delle navi avviate alla demolizione. Seguono l’India, la Cina ed il Pakistan con il 29,2%, 21,5% ed il 7,8% rispettivamente. Fatta eccezione per la Cina, le spiagge dell’Asia meridionale non sono equipaggiate con sistemi di contenimento per impedire l’INQUINAMENTO del suolo e delle acque, e il trattamento dei rifiuti è raramente conforme anche a norme ambientali minime.
L’11 maggio del 2009, l’IMO ha adottato ad Hong Kong, la Convenzione internazionale sul riciclaggio delle imbarcazioni. La Convenzione entrerà in forza 24 mesi dopo la data in cui 15 stati, la cui flotta rappresenti almeno il 40% della stazza mercantile mondiale, l’avranno ratificata. Al 6 dicembre 2012, il sito dell’IMO riporta che ancora nessuno stato ha ratificato la Convenzione [8]. Lo scopo della Convenzione (sviluppata nell’arco di tre anni con l’ausilio degli Stati membri dell’IMO, di organizzazioni non governative e con i paesi che hanno sottoscritto la Convenzione di Basilea sui rifiuti) è di assicurare che le navi, al termine del loro ciclo di vita, siano smantellate in modo da non creare rischi né alla salute umana né all’ambiente.
I controlli sulla flotta
Al fine di contrastare il fenomeno delle navi sub-standard che costituiscono un serio pericolo per gli equipaggi, l’ambiente e la sicurezza dei traffici marittimi, il controllo della conformità alle norme internazionali in materia di sicurezza, prevenzione dell’INQUINAMENTO e condizioni di vita e di lavoro a bordo viene affidato allo Stato di approdo. Tale diritto, riconosciuto ad uno Stato di approdo, di sottoporre a verifica le navi straniere che scalano nei propri porti viene denominato Port State Control (PSC).
Il Paris Memorandum of Understanding (Paris MoU) sul PSC costituisce uno dei vari accordi regionali tra Stati per creare un sistema armonizzato di procedure per il PSC. E’ stato siglato inizialmente da 14 Stati europei il 26 gennaio 1982 a Parigi; successivamente con l’ingresso di altri paesi aderenti all’accordo, il numero di firmatari è arrivato a 27: Belgio, Bulgaria, Canada, Croazia, Cipro, Danimarca, Estonia, Finlandia, Francia, Germania, Grecia, Islanda, Irlanda, Italia, Lettonia, Lituania, Malta, Olanda, Norvegia, Polonia, Portogallo, Romania, Federazione Russa, Slovenia, Spagna, Svezia e Regno Unito. La zona geografica interessata dal Paris MoU non copre soltanto le coste europee ma si estende anche al Nord Atlantico includendo la costa est del Canada.
Oltre all’accordo di Parigi, sono stati sottoscritti altri otto MoU che interessano e coprono altre regioni marine. Alcuni Stati caratterizzati da grandi estensioni territoriali o coste che si affacciano su vari mari, ad esempio la Federazione Russa o il Canada, hanno sottoscritto più accordi sul PSC. Gli Stati Uniti, pur non firmatari di alcun accordo MoU, svolgono le attività del PSC in linea con quanto stabilito dal US Code of Federal Regulations e da altre convenzioni internazionali da essi sottoscritte.
In Italia, i controlli del PSC sono assicurati dagli ufficiali del Corpo delle Capitanerie di porto – Guardia Costiera. Dal 1999 al 2010, ogni anno sono state effettuate quasi 2.000 ispezioni più della metà delle quali ha mostrato carenze, fatta eccezione per il 1999 (figura 8) [9]. Nel 2010, in circa 2000 ispezioni sono state fermate 119 navi per carenze, corrispondenti ad una percentuale di detenzione pari al 6,0%, segnando il valore minimo registrato dal 1999. Il valore massimo di detenzione è stato registrato nel 2001 quando, in circa 2.500 ispezioni sono state fermate 404 navi per irregolarità corrispondenti ad una percentuale di detenzione pari al 16%.
Figura 8: attività PSC degli ispettori italiani dal 1999 al 2011 (fonte: elaborazione ISPRA su dati Paris MoU)
* dal 2011 è in vigore il nuovo regime ispettivo del Paris MoU
E’ importante sottolineare come nel 2011 sia entrato in vigore un nuovo regime ispettivo che classifica le navi in tre categorie a seconda del rischio (alto, standard e basso). Tale sistema ha lo scopo di alleggerire la pressione ispettiva sulle navi considerate a basso rischio e, d’altra parte, a intensificare i controlli sulle navi ritenute a più alto rischio. Tutti i dati sulle ispezioni a bordo vengono raccolti in una banca dati, THETIS, gestita dall’EMSA a Lisbona.
Nel 2011, in circa 1700 ispezioni sono state fermate 114 navi per carenze, corrispondenti ad una percentuale di detenzione pari al 6,7%. Il nuovo regime ispettivo ha portato a ridurre il numero di ispezioni di circa 300 unità mentre il numero di navi fermate si è mantenuto costante.
L’attività di controllo nell’ambito del PSC viene svolta anche sulle navi che battono bandiera italiana e approdano in stati firmatari di accordi MoU. I dati riportati in figura 9 mostrano un netto miglioramento delle performance della flotta italiana; rispetto al 1995, quando a fronte di 209 ispezioni 18 navi sono state fermate (pari ad una percentuale dell’8,6%), nel 2010 a fronte di 514 ispezioni solo 10 navi sono state fermate (pari ad una percentuale del 2%).
Figura 9: attività PSC sulla flotta italiana dal 1995 al 2011 (fonte: elaborazione ISPRA su dati Paris MoU)
* dal 2011 è in vigore il nuovo regime ispettivo del Paris MoU
A seguito dell’adozione del nuovo regime ispettivo, è calato sensibilmente il numero di ispezioni su navi battenti bandiera italiana e conseguentemente anche il numero di ispezioni con carenze. Solo 6 navi sono state detenute nel 2011 pari ad una percentuale di detenzione dell’1,34%.
Note:
1) Tep: tonnellate equivalenti di petrolio
2) DWT (Dead Weight Tonnage) è l’unità di misura della portata della nave ossia della capacità di carico, espressa in peso, trasportabile dalla nave. Più comunemente viene espressa in TPL (Tonnellate di Portata Lorda).
3) Le navi cisterna a scafo singolo includono anche le navi col solo doppio fondo e con la sola doppia murata.
4) VLCC e MR sono acronimi di Very Large Crude Carrier e Medium Range, rispettivamente.
5) LDT o dislocamento è l’acronimo di Light Displacement Ton e rappresenta il peso totale della nave, pari, per il principio di Archimede, al peso della massa d’acqua spostata. Si misura in tonnellate metriche = 1.000 kg
Bibliografia e sitografia
[1] M. Faticanti “Sversamenti di prodotti petroliferi: sicurezza e controllo del trasporto marittimo”
[2] Ministero dello Sviluppo Economico: “Bilancio energetico nazionale 2011”
http://dgerm.sviluppoeconomico.gov.it/dgerm/ben.asp
[3] Unione Petrolifera: Data book 2012
http://www.unionepetrolifera.it/it/CMS/pubblicazioni/get/2012/Data%20Book2012.pdf
[4] Ministero dello Sviluppo Economico: “Importazioni GAS NATURALE 2011”
http://dgerm.sviluppoeconomico.gov.it/dgerm/importazionigas.asp
[5] ITOPF: http://www.itopf.com/information-services/data-and-statistics/statistics/index.html
[6] Direzione Generale Ambiente della Commissione Europea, Rapporto finale “Ship Dismantling and Pre-cleaning of Ships” giugno 2007.
[7] Direzione Generale Ambiente della Commissione Europea, Rapporto finale “Support to the impact assessment of a new legislative proposal on ship dismantling” dicembre 2009.
[8] IMO: http://www.imo.org/About/Conventions/StatusOfConventions/Pages/Default.aspx
[9] The Paris Memorandum of Understanding (Paris Mou): http://www.parismou.org/Publications/Annual_reports/