
Quando andavo a scuola (il che avveniva molti decenni fa) ci insegnavano che "l'America", cioè gli Stati Uniti, era la patria del petrolio e ne esportava in tutto il mondo, se ne estraevano, allora, 500 milioni di tonnellate all'anno in tutto il mondo e sembrava una cifra impressionante; allora la principale fonte di energia mondiale era rappresentata dal carbone, ma il petrolio sembrava affermarsi prepotentemente perché era l'unico carburante per la nuova trionfante macchina: l'automobile.
A oltre sessant'anni di distanza la produzione mondiale di petrolio si aggira intorno a 3800 milioni di tonnellate all'anno e "l'America" è costretta ad importare il 40 % del suo fabbisogno.
Oltre 500 milioni di automobili nel mondo sono assetate di prodotti petroliferi e così le centrali elettriche, le industrie chimiche che ne hanno bisogno per le materie plastiche, le fibre e la gomma sintetica; con prodotti petroliferi sono riscaldate oltre la metà delle case e degli edifici dei paesi industriali.
Gli Stati uniti devono andare a cercare in Alaska il petrolio che deve essere trasportato attraverso i ghiacciai permanenti fino ai porti di imbarco.
Il petrolio nel mondo è poco: i favolosi pozzi del mare del Nord si stanno lentamente esaurendo anch'essi.
Nuovi paesi esportatori del petrolio dominano il mercato a cui attingono tutti i paesi industrializzati, ma in tutto il mondo le RISERVE di petrolio si stanno impoverendo.
All'attuale ritmo di estrazione, le RISERVE complessive di petrolio, stimate fra 150 e 200 miliardi di tonnellate, sono destinate a durare poco.Si avvicina lo spettro del "massimo di Hubbert", così chiamato dal nome di King Hubbert (1903-1989), un geofisico che ha studiato come varia col tempo la produzione annua di petrolio nei vari parsi e nel mondo intero.
La produzione annua, nel corso degli anni, segue una curva "a campana": raggiunge un massimo e poi declina.
Nei decenni passati ogni pericolo di esaurimento dei pozzi petroliferi è stato sconfessato dalla scoperta di nuovi giacimenti, sempre più profondi, nel sottosuolo dei mari e degli oceani; gli oceani si sono riempiti di piattaforme petrolifere in cui migliaia di operai faticano, al caldo e al freddo, per assicurare il rifornimento di benzina e di gasolio ai distributori di carburanti.
Nel caso della produzione mondiale, il massimo della produzione petrolifera si dovrebbe raggiungere in un qualche anno del primo decennio del 2000 e, dopo, tale produzione comincerà a diminuire.
Per gli Stati uniti il "massimo di Hubbert" è stato raggiunto nel 1975 e da allora la produzione sta diminuendo e le importazioni stanno aumentando: non per niente il paese più industrializzato del mondo ha disperato bisogno di controllare politicamente e militarmente i paesi petroliferi del Golfo Persico.
Fra i paesi industrializzati per ora solo la grande Russia ha RISERVE sufficienti per se e può esportare petrolio.
Il lettore che vuole saperne di più può visitare il sito Internet <http://hubbert.mines.edu/> o può leggere il libro (per ora solo in inglese): K.S. Deffeyes, "Hubbert's peak. The impending world oil shortage", Princeton, Princeton University Press, 2001.
E' curioso che così poca attenzione sia prestata a questo problema in Italia la cui economia sopravvive "grazie" alle importazioni di cento milioni di tonnellate all'anno di petrolio per le quali i consumatori italiani devono mandare all'estero, ogni anno, venti miliardi di euro, 40.000 miliardi di vecchie lire, petrolio indispensabile per far funzionare le centrali elettriche, per le fabbriche, per riscaldare le case e soprattutto per far camminare i circa quaranta milioni di autoveicoli che circolano nelle nostre strade.
Del resto il silenzio non sorprende perché se si prende consapevolezza della scarsità del petrolio, la risposta può essere solo una politica rivolta a "consumare di meno", a usare di meno e meglio le automobili, a consumare di meno elettricità e plastica e merci che vengono fabbricate usando petrolio.
La disattenzione per i futuri approvvigionamenti di petrolio da parte dell'opinione pubblica e degli sessi governanti dipende anche dalla grande confusione nelle unità di misura --- e la scuola potrebbe avere un ruolo grandissimo nel mettere ordine sotto il cielo.
Si sente parlare di barili di petrolio (ma pochi sanno che un BARILE corrisponde a 140 chili, cioè alla materia prima da cui si ricava appena "un pieno" di benzina); si sente parlare di "barili al giorno" (ma pochi sanno che un "BARILE al giorno" corrisponde a 50 tonnellate di petrolio all'anno).
Anche tempo fa, i ministri che sono andati in processione ad inaugurare un nuovo pozzo petrolifero in Basilicata (divenuto poi noto per brutte storie di tangenti) non so se sapessero che il GIACIMENTO del "sogno texano" contiene appena 55 milioni di t di petrolio, quello che l'Italia importa in sei mesi.