
Negli ultimi anni si sono verificate significative novità nella DISTRIBUZIONE degli interessi dell'industria energetica mondiale, gli effetti delle quali già si trasmettono sulla configurazione di scala sia regionale che intercontinentale dei flussi commerciali di greggio.
Tra queste, il progressivo ampliamento della quota di mercato mondiale del greggio che la Russia viene sottraendo alle esportazioni OPEC; il fervore di accordi e joint-ventures con le compagnie internazionali promossi dai governi dei paesi che si affacciano sul Mar Caspio, ansiosi di portare sul mercato mediterraneo ed euroasiatico il loro POTENZIALE energetico; la sequenza degli eventi politici interni del Venezuela ancora lontani da una soluzione costituzionale; il consolidamento dei ritmi produttivi di Nigeria e Angola; l'irrompere sulla scena degli scambi commerciali internazionali della Cina, con il suo crescente fabbisogno di energia e una vorticosa invasione dei suoi prodotti sui mercati del Pacifico (dal Brasile agli Stati Uniti).
Se e nella misura in cui le infrastrutture fisse rappresentano una possibile diversione dalla scelta del trasporto di greggio via tankers, una più attenta ricognizione delle localizzazioni dell’offerta di greggio - nelle aree in espansione produttiva o in quelle in attesa di una valorizzazione che passi attraverso una più efficace TRASMISSIONE sui mercati - è indispensabile per prefigurare le linee evolutive dei rapporti tra produzione e mercati, e, tra queste, le linee di flusso commerciale su lunghe tratte che possano essere sottratte alla movimentazione via-mare.
La maggior parte di quanto avviene ancora oggi nell’up-stream (attività estrattive e di trasporto) in Russia rinvia al periodo immediatamente post-sovietico, teatro di fusioni e acquisizioni inevitabilmente intrecciate alla evoluzione del conflitto tuttora in corso tra gruppi di potere nati, anche localmente, sulle rovine del passato regime, in un crescendo di negoziati e di accordi con le maggiori compagnie internazionali intorno a cospicui programmi di investimenti.
Va citato per primo il caso dell'accordo tra Bp e Tyumen Oil Co, per un valore di 7 md. di $ di investimento della BP Plc, che ha portato nel settembre 2003 alla costituzione 50/50 della TNK-BP , il maggiore investimento straniero che si sia mai realizzato nell'industria petrolifera russa.
E il seguito di attività speculative innescate intorno alla presunta acquisizione o fusione della maggiore compagnia petrolifera russa, la YukosSibneft, ad opera di una grande compagnia internazionale, quale ExxonMobil Corp., ChevronTexaco o la stessa TNK-BP , prospettiva dissoltasi a causa della decisione governativa di mettere sotto inchiesta YukosSibneft per inadempienza fiscale e dell'arresto del suo chief executive officer.
Alla fine dell'anno, le società di stato Rosneft e Gazprom e la compagnia Surgutneftgas hanno negoziato un accordo per lo sviluppo produttivo in joint-venture delle RISERVE di olio e gas insediate in 5 campi della Siberia Orientale e della Jacuzia, con l'obiettivo programmatico di raggiungere una produzione di 1,6 milioni b/g di olio e 60 md. di Smc/a. Nel dicembre 2003, TNK-BP ha ottenuto l'approvazione dell'Unione Europea riguardo ad una participazione al 50% nella compagnia russa OAO Slavneft.
Come si vede, anche dopo l'abbandono del negoziato per la fusione tra Yukos e Sibneft, il quadro delle iniziative di investimenti, partecipazioni, fusioni ed acquisizioni in Russia rimane molto attivo, alimentato com'è dalle previsioni di crescita della domanda mondiale, dall'andamento sostenuto dei prezzi, dal processo di disaggregazione dell'offerta, così come questa si presentava prima della seconda guerra del Golfo e, se non bastasse, dalla minore incidenza dei costi di esportazione.
Quanto è ultimamente è avvenuto in Russia, a partire dall'arresto di Chodorkovskij e di alcuni tra i maggiori azionisti di Yukos, induce a pensare che i gradi di libertà delle 'oligarchie' nelle manovre finanziarie e industriali interne al paese sono stati annullati.
Per ultimo, il licenziamento del capo del governo Kasjanov, avvenuto 20 giorni prima delle elezioni presidenziali del 14 marzo 2004, chiude la campagna di attacco, avviata sin dall'estate 2003, alle ambizioni politiche di outsiders come Michail Chodorkovskij e Roman Abramovič (Sibneft ) e apre una stagione esplicitamente autocratica della presidenza di Putin.
Le iniziative nell'industria petrolifera saranno sempre più rigidamente ricondotte al potere centrale: il presidente russo, riconfermato nelle ultime elezioni, intende riprendere il controllo del settore energetico nel suo insieme, ricondurre l'autonomia delle compagnie nelle negoziazioni contrattuali con il capitale finanziario internazionale ad una strategia unitaria e fa prevedere che la valorizzazione delle risorse del paese sarà governata in modo sempre più fermo dalla mano statale.
La nomenclatura dell’industria petrolifera russa è piuttosto complessa: all’inizio del 2002, le compagnie russe erano 10.
Da allora Sidanco è stata assorbita in TNK-BP; Slavneft è stata comprata da TNK-BP e Sibneft, ma non suddivisa tra queste due; Yukos ha acquisito East Siberian Oil, ma ha mancato la fusione con Sibneft che ne avrebbe fatto la maggiore tra le grandi agglomerate del paese.
Il repertorio annovera ancora Surgutneftgaz, Rosneft (controllata dallo Stato), Tatneft e Bashneft di proprietà di governi regionali, attive soltanto attraverso Transneft.
Tratto dal Libro: "Traffico Petrolifero e Sostenibilità Ambientale".
Co-Autore Dott. Giuseppe Mureddu