
Limiti delle convenzioni internazionali, mancate adesioni, inadeguatezza degli strumenti di attuazione e controllo.
Quello dello scarico delle zavorre sporche è uno dei punti di maggiore confusione, anche dal punto di vista della leggibilità della norma.
Oltre alla discutibile definizione di "acqua pulita", e all'impossibilità di riscontrare una effettiva reciprocità di impegni, va sottolineato che la Convenzione postula che, nelle aree speciali, i terminali di scarico siano attrezzati con impianti di STOCCAGGIO e trattamento delle acque sporche.
In realtà, molti terminali sono sprovvisti delle attrezzature relative non soltanto alla depurazione ma anche allo STOCCAGGIO.
Dopo molti anni dalla stipula della MARPOL, e in contrasto con gli indirizzi, largamente condivisi, affermatisi con le più recenti modifiche adottate, le attrezzature portuali del Mediterraneo non sono nel complesso adeguate alla normativa introdotta.
In particolare, l'inadeguatezza delle strutture di ricezione delle acque di scarico ha reso praticamente impossibile il rispetto pieno delle misure previste dalla Convenzione.
Va segnalato che talvolta, anche dove le necessarie strutture portuali esistono, l'utilizzo delle attrezzature viene scoraggiato dalla complessità delle procedure e dall'eccessivo livello delle tariffe.
È sorprendente osservare che, sulla base dei controlli effettuati, la media dei fermi per irregolarità è di poco inferiore al 4% delle navi controllate, e soprattutto che questa cifra è superiore alla media per ben 21 flotte nazionali, tra cui anche Regno Unito, Spagna e Italia, per la quale ultima la percentuale sale a quasi il 6,5% (10 navi fermate su 165 controllate). Infine, al di là dei limiti pratici di applicazione delle varie convenzioni, va ben tenuto presente il problema non secondario della mancata adesione ad esse di numerosi paesi.
Non sembra inutile sottolineare che l'inadeguatezza delle strutture è tanto più rilevante, in quanto l'efficacia della MARPOL è, sotto questo profilo, strettamente connessa con il rinnovamento della flotta dei tankers.
Conseguentemente, il non rispetto, nella pratica, delle norme di sicurezza formalmente accettate, si traduce anche in un disincentivo a modificare o sostituire le navi che garantiscono minore sicurezza.
Da segnalare che diversi paesi non hanno aderito alla Convenzione (cfr. nota 20), e che la mancata adesione concerne anche paesi di primaria importanza sia come esportatori che come importatori di petrolio, e tra questi ultimi, anche qualche paese mediterraneo.
L'esistenza di norme nazionali più o meno restrittive, con regole particolari anche porto per porto non fa che complicare la situazione.
Tratto dal Libro: "Traffico Petrolifero e Sostenibilità Ambientale".
Co-Autore Prof. Ugo Bilardo