Alla vigilia del Cda che dovrebbe sciogliere il nodo dell’alleanza tra Acea e i francesi di Gdf-Suez, Roberto Macrì esamina le due opzioni industriali e finanziarie avanzate dagli advisor Mediobanca e Rothschild.
Anche se, sostiene, l’attenzione dell’azionista di maggioranza e del nuovo management non sembra rivolta alle scelte strategiche e organizzative sul che fare per lo sviluppo futuro della società.
Acea di nuovo all’onore delle cronache con la notizia (La Stampa 22 maggio) che i due consulenti Mediobanca (per Acea) e Rothschild (per il Comune) avrebbero formulato la loro ricetta per sbrogliare i rapporti con i soci francesi diventati critici per la vicenda RomanaGas, motivo stesso del radicale rinnovo del Cda di Acea con la sostituzione del presidente, dell’a.d. e di due consiglieri.
Al nuovo Cda passa dunque la patata bollente di ricomporre l’accordo rotto con i soci francesi quando in primavera il nuovo presidente Cremonesi e il vecchio a.d. Mangoni arrivarono ai ferri corti sulla diversa valutazione di questa operazione nell’interesse di Acea: infatti l’accordo di Mangoni con i francesi per rilevare RomanaGas attraverso la cessione di ulteriori partecipazioni nelle attività di produzione dell’energia elettrica e di commercializzazione sembrò a Cremonesi, ben sostenuto dal Comune e dal terzo socio Caltagirone che si dimostrò in quella circostanza assai più influente di quanto dica la sua quota azionaria, non conveniente al punto da voler rischiare la fuoriuscita ostile di Suez-Gdf dalla holding e dalle società del Gruppo (v. Staffetta 14/3).
Giunti ad un passo dalla dichiarazione di guerra fu invece convenuta una tregua in attesa del responso dei due consulenti di cui La Stampa ha anticipato le opposte ricette per rilevare RomanaGas: per Mediobanca ad Acea conviene indebitarsi piuttosto che cedere ai francesi la partecipazione nella TirrenoPower dedicata alla produzione di energia elettrica; per Rothschild invece conviene ad Acea disfarsi di questa partecipazione sia perché quote di assoluta minoranza come questa ”non hanno senso industriale sia perché in tal modo limiterebbe il ricorso al debito”.
La notizia si limita a questa generica indicazione delle due ricette senza altri elementi utili per poterne valutare l’impatto che esse avrebbero sulla gestione di Acea e sulle sue potenzialità strategiche.
In attesa di conoscere gli esiti del Cda già convocato domani per deliberare il possibile accordo e disporre degli elementi necessari per giudicarne la validità sembrano pertinenti alcune considerazioni tenendo conto dei fatti pregressi e delle ambizioni strategiche di Acea.
Colpisce intanto il fatto che ambedue i consulenti sembrano convenire sull’operazione di acquisizione di Acea confermando così la scelta del vecchio a.d. che l’aveva negoziata con i soci francesi sotto la precedente amministrazione comunale: se così è, cadrebbe il motivo che aveva portato il nuovo presidente e il nuovo sindaco a contestare pubblicamente il merito del progetto sotto il profilo strategico e gestionale; a meno che il lavoro dei consulenti non porti a rivedere in meglio per Acea il valore e le condizioni della transazione dimostrando le ragioni del nuovo management.
In ogni caso il mercato finanziario e prima di tutto gli azionisti ”senza rappresentanza” meritano di conoscere se i termini dell’ accordo e le sue conseguenze per Acea sono o no diversi dall’accordo iniziale perché qui non sono in ballo questioni personali o di politica locale ma il futuro di una grande società.
L’altro aspetto da valutare è la congruità delle due ricette: comprare a debito o cedere quote di minoranza nelle società miste controllate dai francesi?
Le analisi disponibili nel bilancio Acea del 2008 sulla generazione dei margini di gestione non consentono di confrontare la redditività del capitale investito nelle diverse attività partecipate dai due soci in modo da valutare la convenienza per Acea di un diverso assetto del portafoglio; e comunque sotto il profilo strategico non sembrerebbe conveniente per Acea uscire dalla produzione di energia elettrica, l’attività che ha dato origine all’alleanza con i francesi al tempo della privatizzazione; per un’azienda come Acea così forte nella DISTRIBUZIONE dell’energia elettrica sembra evidente quindi la convenienza di mantenere una partecipazione, sia pure piccola, nella generazione elettrica.
E lo stesso si può dire delle attività di commercializzazione dell’energia elettrica e del gas dove predomina la partecipazione dei francesi ma dove Acea mantiene interesse a restare.
Insomma l’alleanza con i francesi ha senso proprio nell’incrocio delle partecipazioni nelle diverse attività del gruppo Acea sia pure modulando le quote secondo un disegno “a geometria variabile” che riflette la diversa forza finanziaria ed esperienza operativa dei due soci.
Quanto invece alla soluzione alternativa di aumento dell’indebitamento, va prima di tutto confrontato il costo medio dei finanziamenti, che a fine 2008 oscillavano tra circa il 5,1% a medio-lungo termine e poco più del 4,5% a breve, con la redditività attesa nel settore della DISTRIBUZIONE gas che potrebbe non dare margini sufficienti sia per gli stretti vincoli della regolazione tariffaria sia per il forte impegno di investimenti necessari per la manutenzione straordinaria e il rinnovo della rete.
Quanto poi alla sostenibilità se è plausibile che un maggiore indebitamento verrebbe sorretto dal netto miglioramento dei margini nella gestione 2008 rispetto al 2007 (più 19% nel Mol e più 31% nel Risultato Operativo) vi sono però due argomenti contrari: l’indebitamento è aumentato già di quasi il 20% nel 2008 rispetto al 2007 e la quota del patrimonio netto sul capitale investito è diminuito da oltre il 52% a meno del 47%; la quotazione del titolo è ferma attorno agli 8 euro dai 14 di solo un anno fa.
Un quadro economico e finanziario di una gestione certamente solida ma che richiede di essere mantenuta tale a protezione del valore riconosciuto alla società in Borsa; ed allora piuttosto che indebitarsi potrebbe essere più ragionevole l’alternativa di un prestito obbligazionario sostenibile certamente con un costo inferiore e certamente gradito al mercato finanziario per il basso rischio di questa attività.
E’ però evidente che quale che sia la soluzione finanziaria essa deve essere sostenuta da un preciso progetto di ristrutturazione della RomanaGas e di integrazione con le altre reti tecnologiche di Acea che garantisca ai finanziatori un rapido e deciso aumento della produttività e della EFFICIENZA con un conseguente netto miglioramento della redditività.
Ma è su questo aspetto industriale che sono legittime le preoccupazioni più grandi perché non sembra finora che questo sia stato l’obiettivo primo del management Acea e del Comune di Roma, suo principale azionista: tutta l’attenzione è sembrata infatti rivolta alle questioni societarie, nobilitate dal magico richiamo alle esigenze della governance, invece che attorno alle scelte strategiche e organizzative sul che fare per lo sviluppo futuro della società.
E invece è proprio da questo punto di vista prettamente industriale che andrebbe visto il rapporto con il socio francese per il sostegno che esso può dare alla strategia di Acea perché solo ragionando così diverrà chiaro se questa resta un’alleanza utile o no.
Alla fine è forse utile ricordare le due morali di questa storia: vicende di questa portata non possono svolgersi nel silenzio, senza dare le necessarie informazioni al mercato e alla stampa; il capitalismo municipale è a un bivio: o diventa un fattore di sviluppo che supera l’ambito dell’ economia territoriale in cui è cresciuto o si consolida come un fenomeno locale preoccupato di mantenere le chiavi di casa sacrificando però sviluppo e occupazione.
Tratto da " La Staffetta Quotidiana 86" del 27 Maggio 2009 n. 100