Come fare un’informazione scientifica di qualità? Quali sono le caratteristiche di un’informazione scientifica di qualità? Perché in Italia è più difficile che negli altri paesi stranieri?
Un problema culturale che investe integralmente la società italiana, un problema di formazione, di formazione scientifica di base e di formazione giornalistica nello specifico, un problema di mancanza di responsabilità, che va quindi ben oltre la difficoltà di parlare di scienza e ancor più di energia nel nostro Paese.
“I giornalisti scientifici non esistono e quando ci sono vengono considerati l’ultima ruota del carro”, esordisce Sylvie Coyaud, Repubblica. “All’estero, un giornalista scientifico ha alle spalle una redazione che verifica i dati, controlla parola per parola, qui se si sbaglia non se ne accorge nessuno. E se se ne accorgono, comunque, non interessa, non interessa fare degli errata corrige. Si fa semplicemente un copia incolla dalle agenzie, o scopiazzando quanto pubblicato sui giornali stranieri ritenuti più autorevoli.”
Giuseppe Onufrio, Greenpeace Italia rincara la dose ricordando come non contino, per i giornalisti italiani, le evidenze scientifiche, i dati avvalorati dalle ricerche, ma esclusivamente il fatto che la notizia sia già apparsa altrove, su altro giornale più accreditato. “I giornali italiani si sentono coperti nel pubblicare una notizia se e soltanto se la notizia è già stata pubblicata da un altro giornale, se si è garantiti da un altro titolo.
Non importa che sia vera o falsa. È una cosa che ho potuto riscontrare sia per quanto riguarda il buco nell’OZONO si allarga, si chiude? che per quanto riguarda i ghiacci dell’Artico”.
Un difetto che nasce da una deficienza culturale, da un sapersi non sufficientemente informati, attrezzati, in grado di valutare autonomamente i dati che fa sì che si possa sostenere una tesi solo quando avvalorata da un’entità superiore. Un giornalismo che potremmo definire infantile il nostro, quindi. Un giornalismo che non si assume la responsabilità.
Sergio Rizzo, Corriere della Sera, cita aneddoti e questioni che la stampa italiana non ha saputo trattare in maniera adeguata, dalla questione CIP 6, ai rifiuti in Campania, dai costi dell’abbandono del nucleare, alle recenti mozioni arrivate in Senato sulla questione climatica, secondo cui il riscaldamento globale avrebbe degli effetti positivi che gli ambientalisti si ostinano a non vedere o a mistificare al grande pubblico.
“L’Italia vive in una cultura dell’approssimazione, dell’approssimativo. È vero sia per i giornali e i giornalisti, sia per la politica”. Quanto questo sia imparentato con la mancanza di una vera cultura scientifica di base, una cultura che parta dall’aver fatto proprio il metodo scientifico, che si nutre di dubbi, analisi, verifiche, prove, giudizi esterni, ulteriori prove è abbastanza evidente, ed è del resto ciò che lamentava Pascale poche ore prima a pochi metri di distanza. L’Italia, patria di poeti e navigatori, non sa affezionarsi, non sa amare le misure, le grandezze, la complessità, le valutazioni.
“Ma la modernità sta in queste parole”, sottolinea Lorenzo Pinna, “e la modernità è pericolosa: bisogna avere gli strumenti per capirla, bisogna trovare il modo di farla intendere, bisogna riuscire a trasmettere le informazioni giuste, perché altrimenti si corrono rischi seri”. Il minimo che ci possa capitare è rimanere definitivamente tagliati fuori dalla modernità.
Ci sono poi alcune particolarità dell’informazione italiana per cui, per esempio, per par condicio, se si dà un dato, bisogna dare anche quello opposto, pure se sbagliato; i caporedattori sono giornalisti che hanno fatto solo cucina editoriale, che si muovono bene nell’acquario dei lanci di agenzia ma non sono capaci di selezionare autonomamente una notizia, per cui semplicemente una notizia se non è lanciata da un’agenzia non esiste: una specie di scollegamento dalla realtà, perché l’informazione esiste solo in relazione al mondo dell’informazione.
Tratto da Agi Energia