L'ultimo episodio inquietante che sembra confermare le tesi del nono capitolo del libro di Alberto Clò, dedicato alla sicurezza energetica, risale agli inizi di maggio.
L'energia è divenuta nel suo complesso, sostiene l’ex ministro dell’Industria, un grimaldello geopolitico che i paesi produttori agitano ormai apertamente per imporre le loro strategie sullo scacchiere internazionale.
Al punto da condurre, come fa la Russia, un’esplicita politica di intimidazione nei riguardi degli ex paesi satelliti poco obbedienti come l’Ucraina.
È un divide et impera con i paesi membri della Ue, anche attraverso una "pipeline strategy" aggressiva, tesa a distruggere qualsiasi progetto volto a diversificare l’offerta, come l’ormai moribondo piano per il gasdotto Nabucco.
La presa del Cremlino sul Vecchio continente si sta consolidando, osserva Clò, anche attraverso la conquista progressiva del DOWNSTREAM europeo e ad alcuni colpi ben assestati come l’ingresso in hub strategici quale l’austriaco Baumgarten.
Attraverso la lenta ma inesorabile conquista del controllo dell’intera catena del gas e del petrolio, dal GIACIMENTO al consumatore, Mosca sta cementando un potere e un’influenza sull’Europa immensi.
Ma negli ultimi giorni un altro paese ha dato una prova tangibile del POTENZIALE ricattatorio dei paesi produttori, più in generale della posta inestimabile in gioco, quando si negozia con petrolio o gas: la Libia.
Innescata ufficialmente dal veto del figlio di Gheddafi, Saif El Islam, sull’ipotesi che Roberto Calderoli diventi ministro del governo Berlusconi, la mini crisi diplomatica tra Roma e Tripoli di inizio maggio sembra confermare che l'avanguardia dei paesi produttori come Russia o Iran o Venezuela che hanno fatto dell’energia un importante, se non il principale strumento di pressione politica interna e internazionale, continua a fare proseliti.
Sulle ragioni vere dell’iniziativa pochi hanno dubbi: Gheddafi attende da tempo l'autostrada dalla Tunisia all'Egitto che dovrebbe risarcire i libici dei danni causati dal colonialismo italiano, promessa dal governo uscente.
Ed è evidente che il braccio di ferro tra Roma e Tripoli miri a creare tensioni anche sulla delicata partita energetica tra Italia e Libia.
Il dossier più recente ruota attorno al campo petrolifero libico “Elephant”, oggi in mano a Eni, ma destinato a passare in mano ai russi di Gazprom, secondo i piani confermati di Berlusconi e Putin due settimane fa. Ma anche attorno ai gasdotti da potenziare come Greenstream o quello in programma nei prossimi anni.
È altrettanto chiaro che la mini crisi non possa non impensierire più in generale i vertici Eni: il Cane a sei zampe si è recentemente impegnato a investire 28 miliardi di euro in Libia, nei prossimi dieci anni.
Proprio, si disse allora, alla firma dello “storico” accordo con Gheddafi a ottobre del 2007, in nome della diversificazione, della sicurezza energetica e dell’emancipazione parziale dal fornitore sempre più ingombrante Gazprom.
Purtroppo il dittatore libico ha dimostrato nei giorni scorsi invece di essere un partner non affidabilissimo, dunque un ottimo allievo di Putin, pretendendo addirittura di intervenire direttamente sulla scelta dei ministri dell’esecutivo italiano nascente.
“Una goccia di petrolio vale più di una goccia di sangue”: la citazione di Clemenceau che Alberto Clò sfrutta nel suo libro per rievocare la grande lezione colta dall’Europa dopo la Prima guerra mondiale, ma tragicamente accantonata dopo le crisi petrolifere degli anni Settanta, non potrebbe essere dunque più attuale.
Non è un caso che l’unica continuità tra gli ultimi due governi, Berlusconi e Prodi, sia stato il congelamento della liberalizzazione del settore energetico, il rafforzamento dei cosiddetti “campioni nazionali” e lo sforzo evidente di rafforzare i rapporti con i paesi produttori.
E non è neanche una coincidenza che all’indomani delle elezioni Berlusconi abbia voluto incontrare subito “l'amico” Putin. L'energia è un affare eminentemente politico, osserva giustamente Clò, che deve interessare la Farnesina e Palazzo Chigi almeno quanto il ministero dell'Industria. E la politica non può più permettersi di dimenticare la lezione di Clemenceau.
Tratto da Agi Energia