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Il "regalo" del mercato - Agi Energia -

“Fame di energia, vuoto di investimenti”: questa frase riassume con semplicità non iperbolica la tesi centrale del capitolo 4 del nuovo libro di Alberto Clô, “Il rebus energetico”.

È così? Vi è un solco enorme – prospetticamente destinato ad accrescersi – tra domanda e offerta di energia? Alcuni dati: nel “reference scenario” dell’IEA (IEA 2007, World Energy Outlook) tra il 2005 e il 2030 la domanda mondiale crescerà del 55%, ovvero dell’1,8% medio annuo.

Il fabbisogno di investimenti è pari a circa 22.000 miliardi di dollari, metà dei quali da realizzare nei paesi in via di sviluppo. Siamo di fronte a qualcosa di nuovo, a una richiesta di sforzo che non ha precedenti nella storia energetica? In assoluto, certamente sì.

In termini relativi, certamente no. Una crescita della domanda pari all’1,8% non è cosa nuova: nel periodo 1980-2005 la domanda mondiale di energia è cresciuta proprio dell’1,8%.

Certo, i volumi sono diversi, non solo per ragioni semplicemente aritmetiche, ma anche perché i costi della produzione energetica sono cresciuti: da qui l’approdo a una grandezza di investimento che stordisce: circa 10 volte il PIL italiano.

È bene impostare il discorso prendendo in considerazione almeno tre piani. Il primo è quello macroeconomico internazionale: l’enorme flusso di investimenti da realizzare ha alle spalle una base sufficiente di risparmio, e dunque di capitali? Clô sembrerebbe far sua la tesi del “world savings glut” espressa dal Governatore della FED Bernanke.

Scrive Clô: “Per i paesi industrializzati, non è questione di soldi, giacché non sono mai stati abbondanti come adesso”. In altre parole, vi sarebbe un eccesso di risparmio a fronte di una debolezza delle imprese a investire.

Su questo due precisazioni: i fautori del savings glut ritengono che vi sia eccesso di risparmio in certe aree del mondo – in Asia e nei paesi esportatori di petrolio – e non nei paesi industrializzati; a livello mondiale, l’eccesso di risparmio è tutto da dimostrare.

Nella fig. 1 si riportano, espresse in percentuale del PIL, le serie storiche del risparmio. Il messaggio è inequivocabile: il tasso mondiale di risparmio di oggi non è poi così alto, se si fa un confronto con quanto accaduto negli ultimi 27 anni.

Se invece guardiamo alle realtà delle diverse aree del mondo, cogliamo i segni di un mutamento profondo. Per alcune aree assistiamo non solo a un crescita delle grandezze assolute – conseguenza dell’incremento accentuato del PIL – ma a un’espansione considerevole dei tassi di crescita del risparmio.

Si pensi che nelle economie in crescita dell’Asia esso supera il 45% contro il 25% del 1981, mentre nel Medio Oriente sfiora il 45%. Ciò non è un male, considerando che gli investimenti saranno da realizzare in gran parte nelle aree del mondo in via di sviluppo.

Il nuovo fenomeno dei fondi sovrani – ovvero fondi d’investimento controllati direttamente dai governi dei paesi – conferma tale concentrazione dei capitali.

Secondo un recente studio del Fondo monetario internazionale (IMF 2008, Sovereign Wealth Funds—A Work Agenda) gli asset dei fondi sovrani dei paesi esportatori di petrolio e gas ammonterebbero a un valore compreso tra 1565 e 2209 miliardi di dollari.

Fig. 1 – Tasso di risparmio espresso in percentuale del PIL

 

Fonte: elaborazione su dati IMF.

D’altra parte, c’è un altro piano di lettura da considerare, che dà nettamente ragione alla tesi di Clô: la dialettica tra domanda e offerta di energia come sintetizzata dall’andamento dei prezzi. Nella fig. 2 si riportano gli indici dei prezzi di diverse categorie di beni dal 1970 a oggi: non vi è dubbio che dal 2000 a oggi assistiamo a una crescita generalizzata dei prezzi, e in maggior misura di quelli energetici.

E ciò, trattandosi di un trend che dura da anni – e dunque strutturale – non può essere spiegato con il riferimento usuale alle forze speculative del mercato.

Vi è chiaramente uno squilibrio tra domanda e offerta, e sono proprio gli investimenti la variabile che dovrebbero chiudere tale squilibrio e riportare il prezzo verso valori più misurati.

Fig. 2: Indici dei prezzi dal 1970 al 2008

 
Fonte: elaborazione IMF su fonte UNCTAD (Handbook of Statistics database)

Infine, vi è un terzo piano di lettura, ed è quello che fa riferimento non più a variabili macroeconomiche, ma ai comportamenti e alle strategie delle oil company, ovvero alle forze concrete che dovrebbero trasformare il risparmio in investimento.

Qui, certo, siamo di fronte a un mutamento strutturale. Per usare un’espressione efficace di uno dei maggiori esperti di strategie delle imprese energetiche, Robert Grant, negli ultimi 10-15 anni le società petrolifere hanno scoperto – e ne sono in balìa – due nuovi mantra: quello del ROACE (Return On Average Capital Employed) e quello della massimizzazione del valore per gli azionisti.

La conseguenza di questa nuova religione è il generale taglio dei costi, la dismissione degli asset che hanno ritorni bassi, il ricorso massiccio all’OUTSOURCING. Ciò spiega la riduzione della spare capacity, la mancata ricostituzione delle RISERVE, il calo degli investimenti nel DOWNSTREAM.

In sintesi, l’alto prezzo del petrolio, della benzina e del gasolio. In altre parole, le major accrescono le loro performance finanziarie – di qui l’abbondanza di capitali segnalata da Clô – ma non sono in grado di tradurre gli utili in investimenti. È la dialettica breve-lungo periodo che vede vincente il primo.

Schiavo del mercato il manager deve sostenere la quotazione del titolo: non ha né l’interesse, né la volontà, né la forza per dar luogo a strategie di ricerca e di produzione che generino, nel lungo periodo, una crescita dei volumi produttivi a fronte della conservazione di corrette dimensioni delle RISERVE.

È un mutamento epocale che non solo indirizza il comportamento odierno del manager ma possiede anche un ruolo, per così dire, formativo: convertito alla religione della remunerazione dell’azionista, il manager perde prima l’interesse all’investimento di lungo periodo (esplorazione, ricerca, nuove tecnologie), poi la volontà, poi la forza: infine, forse, la capacità.

In altri termini, il meccanismo di mercato educa e forma una nuova classe di manager, sottomessa alla tirannia del breve periodo.

E a ben vedere questa tirannia – che spinge a operare negli anelli più proficui della catena di generazione del valore e limita il raggio d’azione temporale dell’azione stessa – è forse qualcosa di più ampio di un semplice mutamento strategico occorso in seno all’industria petrolifera.

È qualcosa di più generale che condiziona e forma tutta la vita dell’uomo contemporaneo, sedotto dall’irresistibile forza attrattiva delle attività a elevato valore aggiunto e, mutatis mutandis, dal culto del successo e dell’immagine.

Nessun settore sembra sfuggire a questa legge: i risultati trimestrali di bilancio stanno al settore energetico come l’auditel sta a quello televisivo.

È l’effetto sottile del mercato, il suo “regalo”: per usare un termine caro all’economista, è una macro-esternalità del mercato, qualcosa che invisibilmente migra dal meccanismo dello scambio allo spirito dell’uomo. Parlandoci della crisi degli investimenti energetici, Clô ci parla, implicitamente, anche di questo.

Occorre rivedere qualcosa: nuovi modelli cercansi.

Tratto da Agi Energia