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Le esternalità del cambiamento climatico - Agi Energia -

Un tema di dibattito riguarda la relazione intercorrente tra crescita economica e degrado ambientale.

Da un lato è possibile osservare come l’aumento delle emissioni di ANIDRIDE CARBONICA derivante dall’attività industriale sia alla base dell’EFFETTO SERRA, contribuendo al CAMBIAMENTO CLIMATICO.

Dall’altro è doveroso considerare quali siano i vantaggi ambientali legati alla crescita economica: in primis, i paesi sviluppati dispongono di tecnologie più efficienti e meno inquinanti.

A parità di unità di produzione, gli Stati Uniti inquinano meno di quanto non inquini un qualunque paese in via di sviluppo, la Cina per esempio.

Inoltre, i paesi sviluppati sono in grado di fronteggiare eventuali catastrofi naturali (o di adattarsi ad esse) meglio dei paesi poveri; basti pensare al Giappone, in grado di costruire grattacieli antiterremoto.

È altrettanto vero che il Bangladesh risulterebbe più vulnerabile di fronte a un innalzamento del livello del mare di quanto non lo sarebbe l’Olanda.

Pertanto, anche se in principio l’industrializzazione possa essere ritenuta la causa dell’INQUINAMENTO, lo stesso sviluppo economico potrebbe risultare la soluzione più efficace alle problematiche ambientali (la cosiddetta “curva ambientale di Kuznets”).

In quest’ottica, politiche ambientali come il PROTOCOLLO DI KYOTO mirate a imporre un costo ambientale sulle imprese rischierebbero di limitare lo sviluppo economico con effetti di lungo periodo negativi, e non positivi, sulla qualità ambientale.

Tuttavia, prima di trarre conclusioni riguardo la bontà del PROTOCOLLO DI KYOTO è opportuno prendere in considerazione un altro elemento relativo alla questione ambientale: di fronte al CAMBIAMENTO CLIMATICO, i paesi sottosviluppati rischiano di dover sostenere ingenti costi per danni ambientali causati da terzi, ovvero dall’attività economica dei paesi sviluppati, senza che questi ultimi siano tenuti a pagare alcun tipo di compensazione per il danno provocato.

In sintesi, il CAMBIAMENTO CLIMATICO (e l’INQUINAMENTO in generale) è riconducibile a un problema di esternalità negative.

Se è vero che l’INQUINAMENTO è un costo, allora questo onere dovrebbe essere sostenuto da chi, provocandolo, ne trae un beneficio.

Il principio “chi inquina paga” è rilevante non solo da un punto di vista ecologico ed etico (altruismo nel tempo e nello spazio), ma anche secondo un criterio di EFFICIENZA economica.

La teoria economica considera le esternalità come una delle principali cause di fallimento dei mercati. Trasformare l’INQUINAMENTO in un vero e proprio costo monetario da far pagare a chi inquina è un’operazione necessaria per garantire EFFICIENZA nei mercati, oltre che per mitigare il CAMBIAMENTO CLIMATICO.

Abbiamo precedentemente affermato che lo sviluppo economico abbia consentito agli Stati Uniti di poter disporre di tecnologie più efficienti con un minor impatto ambientale: l’energia rappresenta un costo, quindi in un mercato competitivo è nell’interesse delle imprese sviluppare processi che garantiscano un maggior rendimento e un minor spreco energetico.

Tuttavia, quando i prezzi degli input energetici non riflettono il costo ambientale, i meccanismi di mercato forniscono incentivi insufficienti a perseguire un equilibrio efficiente.

Senza un’esplicita politica ambientale, le imprese non avranno alcun incentivo a ridurre volontariamente le proprie emissioni di GAS SERRA oltre la convenienza a ridurre i propri costi energetici.

Il primo passo da compiere per contrastare il CAMBIAMENTO CLIMATICO è quindi assicurarsi che l’INQUINAMENTO, inteso come costo ambientale, venga pagato non tanto dalla società in generale, ma da chi lo produce (e lo consuma); un intervento pubblico è necessario per applicare il principio economico secondo cui “chi inquina paga”.

In linea di principio quello che si propone il PROTOCOLLO DI KYOTO è esattamente questo.

Una volta che i costi ambientali saranno contabilizzati nei bilanci aziendali e nelle bollette familiari, produzione e consumo diminuiranno, provocando nel breve periodo due effetti: riduzione dell’INQUINAMENTO da un lato e riduzione della crescita economica dall’altro.

Quale governo è disposto a sacrificare la crescita economica del proprio paese e delle imprese nazionali in nome dell’ambiente? Sicuramente non Cina e India, né tanto meno gli Stati Uniti che rischierebbero di perdere terreno nella grande corsa alla competizione internazionale.

Tratto da Agi Energia