La principale sfida per l’economia è allocare risorse scarse fra bisogni alternativi, sostanziandosi fondamentalmente in un problema di scelta.
Il modello di scelta adottato è quello razionale, che richiede un’analisi di tutti i costi e benefici collegati alla decisione. Nel compiere questa operazione un errore tipico è quello di non considerare i costi-opportunità.
Nei problemi di scelta ci si trova di fronte a diverse alternative e, quando se ne seleziona una, automaticamente si rinuncia alle altre.
Il costo-opportunità è il costo che si sostiene quando, compiendo una scelta, non si possono impiegare le risorse a disposizione in alternative ugualmente disponibili.
Volendo sviluppare un’analisi costi-benefici di iniziative come il PROTOCOLLO DI KYOTO, occorre tenere a mente tre caratteristiche peculiari del CAMBIAMENTO CLIMATICO:
Da quanto detto finora se ne deduce che, se rimaniamo nel campo delle decisioni razionali, solamente un agente dotato di caratteristiche ben precise, e così riassumibili, deciderà di intervenire:
A questo punto sorge un dubbio: se davvero i leader mondiali sono decisori altruisti e avversi al rischio, perché non hanno risolto anche tanti altri problemi di carattere globale?
Il dubbio è legittimo e Bjørn Lomborg, autore danese del libro “L’Ambientalista Scettico”, si è rivolto a otto illustri economisti, tra cui quattro premi Nobel, per discuterne.
Il progetto, che ha preso il nome di Copenaghen Consensus, prevedeva l’analisi di dieci importanti questioni globali e la risposta alla seguente domanda: “Quale sarebbe il modo migliore per aumentare il benessere mondiale avendo a disposizione 50 miliardi di dollari”?
La classifica finale ha visto al primo posto la battaglia contro le malattie, in particolare contro l’Aids; al secondo posto la lotta alla malnutrizione e sul gradino più basso del podio l’abbattimento dei dazi nel commercio internazionale.
Le questioni collegate al CAMBIAMENTO CLIMATICO erano in fondo alla classifica, in quanto caratterizzate dal peggiore rapporto costi-benefici.
Se guardiamo ai numeri, tale ordinamento di priorità non stupisce. Malattie come l’Aids e la malaria causano 15 milioni di vittime all’anno.
La malnutrizione colpisce metà della popolazione mondiale. 800 milioni di persone non hanno un’istruzione di base e un miliardo non dispone di acqua potabile.
Anche se implementato in pieno, il PROTOCOLLO DI KYOTO porterebbe a una riduzione di temperatura entro il 2050 compresa tra i 0,02°C e i 0,28°C (stima della rivista Nature).
Secondo Lomborg, il costo di una tale implementazione si aggira intorno ai 150 miliardi di dollari. Per metà della cifra si potrebbe fornire acqua pulita, assistenza sanitaria di base e istruzione a ogni singolo essere umano della Terra (stima ONU).
Questo non implica che il problema climatico vada dimenticato. Significa solamente che l’imposizione dall’alto di vincoli all’attività economica è, dal punto di vista razionale, una soluzione inefficiente, oltre che inefficace.
Meglio focalizzare l’attenzione della comunità internazionale su altre questioni perché, come ha detto qualcuno, “tante priorità significano quasi sempre nessuna priorità”.
Se un paese come il Bangladesh è cosí vulnerabile nei confronti di un innalzamento del livello del mare, non è per la sua bassissima altitudine (un problema condiviso anche dall’Olanda), ma a causa della sua povertà.
La povertà è infatti il motivo per cui milioni di persone dipendono dall’agricoltura e vivono in aree pericolose e sovraffolate.
La migliore protezione per paesi come il Bangladesh non si chiama dunque PROTOCOLLO DI KYOTO, si chiama sviluppo economico.
Tratto da Agi Energia