Nel preparare la nuova edizione del mio manuale sull’economia delle fonti di energia, sono stati deliberatamente omessi diversi argomenti ampliamente pubblicizzati.
Uno di questi è il Rapporto Stern sull’economia dei cambiamenti climatici. Quando ero professore associato all’Asian Institute of Technology (Bangkok) ho sentito più volte menzionare tale documento, il che mi ha portato a chiarire immediatamente che non sarebbe stato oggetto di discussione in classe nel corso di quella che potrebbe essere definita l’attività ordinaria.
L’anno scorso Lord (Nicolas) Stern (of BRENTford) si è presentato a Stoccolma per intrattenere un vasto pubblico con le conclusioni raggiunte nella sua famosa analisi sui potenziali pericoli dei cambiamenti climatici.
Io naturalmente non ero stato invitato alla sua presentazione in quanto, quasi certamente, i suoi organizzatori hanno pensato che, se fossi stato presente, si sarebbe potuto verificare quello che viene talvolta chiamato un “incidente”.
Tuttavia non era assolutamente certo che ciò sarebbe accaduto in quanto sarei stato disposto a esercitare il massimo ritegno per evitare di informare Lord Stern che molti economisti di primo piano ritengono il suo lavoro sull’argomento scientificamente insignificante.
Insignificante e, alla luce del prodotto finito, pedagogicamente superfluo. A mio avviso, il Rapporto Stern, o quanto meno la piccola parte che ho esaminato, è un insulto sia ai docenti di economia coscienziosi e agli studenti che necessitano di apprendere le loro conoscenze che agli innocenti spettatori che pagano le tasse, tra le altre cose, anche perché vengano effettuati dei tentativi sistematici e professionali per determinare la portata e i meccanismi del riscaldamento globale e, se necessario, proporre o elaborare dei programmi efficienti per ridurne i possibili pericoli.
I frammenti analitici del Rapporto Stern mi fanno venire in mente gli articoli esoterici di una rivista chiamata “The Review of Economic Studies” che ha svolto un ruolo importante nella mia formazione all’Università di Stoccolma e che conteneva dei pezzi che facevano spesso parte del corso di studi quando insegnavo economia matematica a Uppsala e in Australia. Ritengo qui opportuno segnalare di non aver letto più nulla di quanto contenuto in quella rivista da oltre 20 anni e sono felice di informare studenti e colleghi di considerarmi una persona migliore grazie a questa astensione.
Dopo aver esaminato alcune pagine del Rapporto Stern, la prima cosa che mi è venuta in mente è stata che, se è vero che, come afferma un miliardario canadese, oggi viviamo nell’epoca più disonesta dell’età moderna, la cosiddetta ricerca svolta da Stern e dal suo team potrebbe rivelarsi un eccellente rivale per la truffa predominante di questo secolo: a livello di saggezza e verbosità, appartiene alla stessa categoria di Mein Kampf ed è forse questo il motivo per cui il Professor Richard Tol ha dichiarato che, se gli venisse presentata come tesi di master, gli darebbe come voto F (bocciata).
Vi prego tuttavia di notare che qui non sto criticando o denigrando gli scienziati che studiano il clima o chiunque altro ritenga che il riscaldamento globale rappresenti un evidente pericolo attuale o quasi attuale, perché ciò potrebbe anche essere vero.
Io sto qui semplicemente commentando una ricerca economica, la cui nobilitazione può essere attribuita ad arrivisti che popolano le facoltà di economia e le burocrazie ambientali, dove, in iniziative di questo tipo, la preoccupazione principale di alcuni individui, sia sul fronte della scrittura che della lettura, potrebbe essere il denaro e alcune delle cose meravigliose che esso consente di comprare. E qui penso, da un lato, alle spese di viaggio e alloggio pagate e, dall’altro, a una comprensione superficiale di un argomento di moda.
Supponiamo, ai fini della presente discussione, che io fossi completamente e ossessionatamente corrotto e avessi l’opportunità di scrivere un libro bello spesso dal titolo Il Rapporto di Ferdinand E. Banks sull’economia dei cambiamenti climatici. Sappiate che quello che sto sottintendendo qui è che dovrei essere davvero “corrotto” in un senso o nell’altro per scrivere un libro con quel titolo, perché altrimenti non avrei mai nulla a che spartire con un compito del genere.
Dati i limiti della teoria economica, non vi è che un unico approccio sensato a tale progetto, ovvero trovare un modello che possa essere ritoccato e/o affinato e/o esteso e/o regolato in modo tale da consentire ai miei assistenti (e forse a me stesso) di sviluppare delle discussioni sconclusionate sull’economia dei cambiamenti climatici in circa 700 pagine o più.
Il modello che verrebbe scelto da me o dai miei assistenti o dai miei studenti laureati o dai festaioli che vogliono mettersi in mostra e cercano attenzione al BAR di un’associazione studentesca dell’Università di Uppsala non potrebbe che essere quello pubblicato da Frank Ramsey nel suo famoso articolo “A mathematical theory of saving” (1928).
Qual è la logica dietro questa scelta? Innanzitutto, il modello di Ramsey è complicato ma non troppo. Sebbene scoraggiati dai suoi calcoli, la maggior parte degli studenti universitari di economia avanzata dovrebbe essere in grado di riconoscere l’intento base di tale modello, compresi quelli che si formano presso o nei pressi di certe università private dove gli studi ambientali rappresentano quasi una religione.
Un altro aspetto altrettanto importante è che il modello di Ramsey può essere sommariamente arricchito nel caso in cui qualcuno che assiste a una conferenza sul riscaldamento globale decidesse di intraprendere con il relatore un gioco a colpi di ego durante il quale asserisse la superficialità dell’interpretazione base di Ramsey.
Se il modello base venisse affinato, un abile relatore potrebbe riuscire a convincere un pubblico sonnacchioso che tale modello è in grado di fornire un’indicazione autentica se i benefici futuri risultanti da un’azione attuata nel presente per prevenire i cambiamenti climatici siano maggiori o meno dei costi di tale azione. Il modello, benché non rappresenti il mondo reale, riduce il problema alla determinazione del tasso di sconto che dovrebbe essere utilizzato per valutare i benefici futuri.
Un semplice esempio potrebbe essere quello che prevede la possibilità di continuare a godere della meravigliosa vita da spiaggia sulla costa occidentale della Svezia nelle estati future con un costo attuale stimato (o presunto o supposto) per raggiungere tale obiettivo che comporterebbe un’alterazione dell’architettura energetica della Svezia tale da includere più turbine eoliche e GAS NATURALE, promuovendo al contempo l’abbandono del nucleare.
Naturalmente abbiamo già un’idea di cosa questo significherebbe in quanto il costo dell’elettricità in Danimarca, che è la terra promessa dell’energia eolica, è forse il più alto d’Europa, mentre il costo dell’elettricità in Svezia, dotata di numerose centrali nucleari, è tra i più bassi.
Per i lettori interessati a questo compromesso particolare, suggerisco un articolo di Mary Hutzler (2009) pubblicato nell’ultimo numero dell’IAEE Energy Forum, in cui ella esamina una proposta del miliardario T. Boone Pickens per l’impiego massiccio negli Stati Uniti del vento e del GAS NATURALE per produrre elettricità (vento) e fornire un carburante alternativo (GAS NATURALE).
Ho cercato di convincere un gran numero di persone sia negli Stati Uniti che altrove circa la futilità di tale approccio, ma la loro paura (o il loro odio) per una situazione che vede gli Stati Uniti costretti a dipendere dai paesi del Medio Oriente per disporre di crescenti quantità di energia ha teso a minare la loro razionalità.
Un’altra opzione per risolvere il problema sarebbe quella di far sì che i produttori investissero in impianti di produzione con emissioni pulite. Ad esempio, i generatori elettrici potrebbero essere alimentati a carbone e le emissioni di ANIDRIDE CARBONICA prodotte dal carbone potrebbero essere convogliate nel sottosuolo o nell’oceano, oppure i generatori potrebbero acquistare le autorizzazioni alle emissioni da altre imprese che dispongono delle conoscenze per ridurre in maniera considerevole la produzione di CO2. (Al momento questo sembra essere un grosso affare in Australia).
In ogni caso, e questo è ciò che conta, il capitale fisico che potrebbe essere utilizzato per produrre elementi importanti per la produzione di beni di prima necessità e di lusso attuali verrebbe (direttamente o indirettamente) destinato all’eliminazione delle emissioni di CO2. In altre parole, verrebbe ridotto il consumo attuale di beni di prima necessità e di lusso e la disutilità da ciò derivante andrebbe soppesata con la possibilità di poter frequentare in futuro le spiagge della costa occidentale.
Le equazioni come quelle di Ramsay mirano a fornire un approccio “scientifico” al confronto fra un’utilità futura e una disutilità attuale, quale, ad esempio, la possibilità di fruire in futuro delle spiagge della costa occidentale della Svezia in cambio di un investimento monetario attuale. Naturalmente, né tali equazioni né altre equazioni derivate sin dai tempi di Adamo ed Eva possono adempiere a questa funzione particolare in maniera a mio avviso soddisfacente, ma questo è irrilevante.
Quando tanta gente vede o anche solo sente parlare dei calcoli utilizzati da Frank Ramsay e Lord Stern, tende a trarre la conclusione che essi rientrino nella stessa categoria di quelli impiegati da Albert Einstein o Isaac Newton. Il mio commento su tale situazione è che oggi è proprio questo quello che non va nell’economia accademica.
Come in precedenza citato, molti economisti trovano difficile accettare la validità del lavoro teorico di Lord Stern, sebbene alcuni siano di altro avviso. Certamente rispetto i molti economisti che giudicano importante l’analisi di Stern, ma, per quanto posso dire, la trovano importante perché ammettono che il riscaldamento globale antropogenico (RGA) è il vero problema, il che può essere, e ritengono sinceramente che il grande pubblico dovrebbe essere informato di quello che potrebbe accadere nel caso in cui giungano cattive notizie, quale, ad esempio, l’innalzamento del livello dei mari, prima che vengano adottate delle precauzioni per affrontarne gli aspetti più negativi.
Come c’era da aspettarsi, alcuni cittadini preoccupati rimangono pressoché totalmente confusi quando vengono messi di fronte alle opinioni espresse in questo breve saggio. Prendete, ad esempio, Joan Ruddock, Sottosegretario di Stato per l’energia e i cambiamenti climatici del Regno Unito, che ha respinto le critiche di gente come i professori Tol, Partha Dasgupta e Martin Weitzman perché, a suo dire, questi economisti sono vittima di un “malinteso fondamentale circa il ruolo dei modelli economici formali fortemente aggregati nella valutazione di una questione di natura politica”.
Temo di non poter essere d’accordo con Lei, signora Ruddock: non stanno fraintendendo. Siamo io e Lei che siamo in difetto! Lei perché la sua preparazione sulla teoria economica è inadeguata ed io perché il mio unico interesse per i modelli economici aggregati si limita allo stretto necessario per consentirmi di scrivere questo contributo.
Vorrei concludere dicendo che il Rapporto Stern può ben essere sulla via di raggiungere lo stesso status di “Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta” di John Maynard Keynes o di “The Theory of Games and Economic Behaviour” di John von Neuman e Oscar Morgenstern, che sono libri famosi che tutti conoscono sebbene ben pochi li abbiano effettivamente letti.
Io, ad esempio, conosco molte cose su questi due libri e posso persino aver detto a qualche studente o collega che me lo chiedeva di averli letti da cima a fondo, ma se ho fatto questa affermazione, non corrisponde a verità.
La verità è che, se mi fosse stato ordinato di leggere ogni singola pagina di questi libri, ad esempio, dal mio comandate di reggimento dell’esercito degli Stati Uniti, il Colonnello Michael (“Screaming” Mike) Halloran del 24° reggimento di fanteria, avrei anche potuto fare un tentativo, ma nemmeno un ordine ricevuto da un presidente degli Stati Uniti mi farebbe leggere, pensare di leggere o persino sfogliare ancora le pagine del tentativo di Lord Stern di spiegare l’importanza della Conferenza di Kyoto sull’ambiente.
Tratto da Agi Energia