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L’invenzione delle ore secondo Polidoro Virgili

Pubblicato su L’Orologio, 16/5/2017

L’Hore col numero di XXIIII delle quali il giorno e la notte si vengon a compire presero il loro nome (come afferma Macrobio) da Apollo  cioè dalSole che in lingua Egizzia  si dice Horo. E i quattro tempi ancora, cioè la Primavera, la State, l’Autunno e il Verno. Coi quali l’anno del mondo si viene a compire si chiamano hore, le quali prima furono ordinate dodici e si dice che l’origine di questa cosa fu questa. Havendo in un certo tempo Hermete Trimegisto nello Egitto, osservato come certo animale sacro dedicato a Serapide [1] havea tutto ‘l corso d’un giorno dodici volte e sempre con pari spazio & intervallo di tempo orinato venne facendo congettura che il giorno si dovea .in hore dodici dividere. E questo numero d’hore fu poi per lungo tempo conservato e poscia il giorno in hore ventiquattro diviso. Anassimene Milesio fu il primo inventore dell’oriuolo a sole che si chiama Gnomone ---

 

Questa citazione è tratta dalla traduzione italiana di Francesco Baldelli (Firenze, 1587) dell’opera “De Inventoribus” di Polidoro Virgili urbinate (1470- 1555). Il testo parla poi di meridiane e clessidre, dell’orologio ad acqua di Ctesibio Alessandrino e accenna agli orologi meccanici con pesi e ruote dentate.

Non è un gran libro. Pretende di identificare il primo che abbia inventato qualcosa di nuovo in agricoltura, scienza, astrologia, divinazione, giochi, sport, religione, ordini religiosi, eresie e così via. Pare che Virgili   abbia scritto il libro in tre mesi. È in effetti abbastanza tirato via. Anche se è opera di notevole erudizione, la qualità delle fonti è molto variabile e le bibliografie  sono aneddotiche. Fu tradotto dal latino in inglese, francese, tedesco e spagnolo. Tratta dell’origine degli dei e della religione e discute come debba essere definito Dio.  Attribuisce a Zoroastro l’invenzione dell’arte magica. Dà per scontato che funzionino negromanzia, piromanzia e chiromanzia e che esistano i sogni premonitori. L’opera fu messa nell’Indice dei libri proibiti e solo nel 1576, dopo la morte dell’autore, un’edizione espurgata fu ammessa dalla Chiesa.

Il Virgili, però, era un personaggio notevole. Era prete e fu ciambellano di Papa Alessandro VI (il padre di Cesare Borgia). Nel 1502 andò a Londra ove era stato nominato collettore papale dell’obolo di San Pietro.

Diventò cittadino britannico nel 1510. Ebbe numerosi incarichi e prebende dalla Chiesa: arcidicono di  Bath e Wells e prebendario di Oxgate nella Cattedrale di St. Paul.  Ebbe un’intensa corrispondenza con Erasmo da Rotterdam

 

Il re Enrico VII gli suggerì di scrivere  una storia dell’Inghilterra. Dal 1505 al 1533 scrisse 26 volumi della Historia Anglica e nel 1555 ne aggiunse altri 27 arrivando al regno di Enrico VIII fino al 1537 (nascita di Edoardo VII). A quest’opera si ispirò William  Shakespeare per i suoi drammi  ambientati in Gran Bretagna.

Era amico di Thomas More  e del re Enrico VIII. Pare che abbia scritto lui gran parte dell’Atto di Supremazia del  1534 con cui Enrico VIII  affermò il suo primato sulla chiesa e si proclamò capo della Chiesa Anglicana segnando il suo distacco dal Vaticano  e dai papisti. Virgili appoggiò Enrico VIII per fargli ottenere l’annullamento del suo matrimonio con Anna di Cleves.

Virgili era il migliore prosatore latino del suo tempo. Pubblicò gli “Adagia”, in cui raccolse un migliaio di  proverbi latini, precorrendo Erasmo da Rotterdam.

 

Nel 1531 pubblicò “De Prodigis” in cui riprese a discutere questioni  sull’arte divinatoria e sui miracoli citati dagli storici Romani dalla fondazione di Roma fino ad Augusto. Il testo è in forma di dibattito con Robert Ridley, canonico di St.Paul’s  e Don di Cambridge. Questi cita i presunti prodigi antichi invocando l’autorità  di autori famosi con approccio tipico medioevale.  Polidoro analizza i fatti con un approccio razionalista di tipo rinascimentale. È una testimonianza interessante del diffondersi della Nuova Cultura umanistica già decenni prima favorita da Re Enrico VII.