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Cause di desertificazione - Fabio Gea -

Cause naturali
Dopo i tentativi falliti di collegare il mutare del clima con variazioni cosmiche cicliche, come il periodo di espansione delle macchie solari che si ripete con fasi comprese fra 11,2 e 11,5 anni, vige oggi l’ipotesi che i mutamenti climatici siano correlati a oscillazioni di lungo periodo delle fasce di venti occidentali spiranti nelle zone temperate fra i 40° e i 70° di latitudine e, in particolare, al comportamendocumento delle correnti a getto.

Le differenti velocità del jet stream determinerebbero due tipi fondamentali di circolazione atmosferica, la cui alternanza spiegherebbe le variazioni climatiche che si succedono nel tempo.

A periodi di circolazione rapida, quando l’espansione d’aria polare verso Sud è ridotta, corrispondono nell’emisfero boreale fasi a clima caldo (come quella dell’anno Mille); al contrario, a periodi di circolazione lenta corrispondono fasi a clima freddo (come la Piccola Era Glaciale).

In conclusione: quando a Nord la temperatura si abbassa, a Sud del Sahara il deserto si espande; quando a Nord la temperatura si alza, a Sud del Sahara il Sahel conosce stagioni umide.

Cause antropiche
In questo contesto un ulteriore aumento della temperatura globale non può che inasprire il fenomeno, con rischi imprevedibili. Pur ipotizzando un riscaldamento lento e graduale, alcuni elementi climatici come le correnti oceaniche e l’andamento delle precipitazioni potrebbero raggiungere punti critici e soglie di non ritorno.

Il passato ci insegna come variazioni quantitative non lineari e interagenti tra loro predispongano salti qualitativi improvvisi e in taluni casi catastrofici.

La quantità, la varietà e la complessità dei processi in gioco sono tali da rendere il sistema inevitabilmente instabile e ingovernabile.

Richard B. Alley dell’Università della Pennsylvania, esperto in cambiamenti climatici, riporta su Scientific American: “Varcare una soglia climatica è un po’ come ribaltare una canoa.

Quando si sta seduti su una canoa e ci si piega gradualmente su un lato, la canoa si inclina di conseguenza.

A poco a poco, la canoa viene spinta verso una soglia, vale a dire verso un punto oltre il quale la canoa non sarà più in grado di raddrizzarsi. Raggiunto quel limite, basta inclinarsi ancora di pochissimo e la canoa si ribalta”.

Le tempeste di sabbia sono sempre più frequenti. A causa dei numerosi incidenti che queste causano, in molti Paesi si stanno prendendo serie contromisure al riguardo.

Gli effetti del CAMBIAMENTO CLIMATICO sulla desertificazione sono complessi e non sufficientemente compresi, ma ciò che è certo è che il riscaldamento globale, per via dell’aumento dell’evapotraspirazione e della diminuzione delle precipitazioni nelle regioni aride (nonostante il tendenziale aumento globale), potrebbe ledere la biodiversità e ampliare notevolmente l’estensione delle aree desertificate.

Il Programma per l’Ambiente delle Nazioni Unite (Unep) valuta che entro la fine del secolo il pianeta perderà un terzo delle sue terre a causa della desertificazione.

Lo stesso avanzare dei deserti contribuirebbe ad aumentare la temperatura su scala planetaria, innescando così uno dei tanti meccanismi di feed-back legati al riscaldamento del clima.

Globalmente è perciò identificabile una tanto centrale quanto preoccupante concausa connessa all’azione dell’uomo: l’innalzamento della temperatura del pianeta dovuta all’aumento dei GAS SERRA in atmosfera.

Più localmente sono esistiti in passato ed esistono tuttora specifici fenomeni antropici colpevoli di aver gravemente accelerato i processi di degradazione delle terre e tali da identificare ancor oggi particolari situazioni di “rischio”.

Sovrapascolamento
L’allevamento del bestiame (in particolar modo ovini e caprini) in molte aree tende a sfruttare in eccesso le risorse vegetali presenti, consumando dapprima la copertura, poi gli apparati radicali fino al completo denudamento degli orizzonti superficiali, per consegnarli infine alla deflazione.

Fintanto che le popolazioni delle steppe semiaride praticavano stili di allevamento nomade o transumante, il ciclo biologico era per molti aspetti bilanciato (le mandrie seguivano percorsi prestabiliti, con cadenze ben note; le pause talvolta decennali permettevano alla cotica erbosa di rigenerarsi in un ambiente particolarmente ostile per scarsità d’acqua; il numero dei capi era costante nel tempo o seguiva le condizioni climatiche), contrastando quindi la desertificazione per millenni.

Due fattori concomitanti modificarono l’equilibrio preesistente: la creazione dei confini nazionali come conseguenza dei processi di decolonizzazione (blocco delle tratte nomadi a causa delle barriere nazionali) e l’aumento della popolazione animale; un involontario contributo al disastro venne fornito dai programmi di aiuto al Terzo Mondo dei Paesi occidentali, ricchi di buone intenzioni, ma privi di una conoscenza approfondita dei bioritmi nei Paesi aridi (invio gratuito di migliaia di capi di bestiame).

Presto vastissime distese di savane e steppe povere, ma in equilibrio climax con lo spazio fisico e le sue risorse primarie, vennero compromesse e trasformate in campi di dune mobili.

Queste, spinte dal vento, ricoprivano superfici ancora inerbite o coltivate: il deserto si espanse.

Agricoltura siccagna
L’enorme diffusione degli spazi ruralizzati nelle zone subaride fu l’immediato effetto dell’incremento demografico e dei progetti dei nuovi Stati atti a promuovere percorsi di stanzializzazione per le popolazioni nomadi.

Ipersfruttamento delle campagne privo di regole e agricoltura intensiva rudimentale intorno ai villaggi superpopolati comportarono presto la completa perdita dell’efficienza biologica dell’ambiente (prima preservata dalle antiche tecniche di turnazione o di riposo periodico), con la compromissione dei raccolti, l’abbandono delle terre e la naturale deflazione delle superfici denudate.


Disboscamento
La distruzione del bosco ha come conseguenza l’alterazione del microclima del suolo, il progressivo danneggiamento del corteggio arbustivo erbaceo fino all’irreversibile deperimento dell’associazione vegetale nel suo complesso.

L’aumento della popolazione e il conseguente incremento del fabbisogno energetico pro-capite si sono rivelati fatali per i miseri boschi desertici.

Tale pratica era sconosciuta in precedenza, nelle società nomadi, quando anche le semplici necessità di cottura del cibo venivano soddisfatte dal ciclo animale tramite l’essiccamento dello sterco.

Irrigazione delle zone aride
L’irrigazione dei suoli salini può avere come conseguenza la mobilizzazione di alcuni ioni presenti nel terreno, in particolare di quelli più solubili come il sodio.

La forte evaporazione ne favorisce la risalita per capillarità fino agli orizzonti più superficiali.

Ciò comporta una vera e propria alcalinizzazione del suolo che attiva meccanismi di destabilizzazione degli aggregati e di degrado strutturale, fattori che facilitano la mobilizzazione e quindi la sua asportazione.

DISTRIBUZIONE geografica
I deserti sono in espansione in tutto il mondo.

Secondo le stime dell’Unep, un quarto delle terre del pianeta è minacciato dalla desertificazione.

Ne sono messe a rischio le esistenze di più di un miliardo di persone in oltre 100 nazioni.

La maggior parte delle regioni che rischiano di tramutarsi in terre aride si trovano in prossimità delle cinque principali aree desertiche mondiali: il deserto di Sonora nel Messico Nord-occidentale e la sua continuazione nella parte Sud-occidentale degli Stati Uniti; il deserto di Atacama, una sottile striscia costiera in Sud America tra le Ande e l’Oceano Pacifico; una larga area desertica che dall’Oceano Atlantico si sviluppa verso oriente in direzione della Cina e che comprende il deserto del Sahara, il deserto Arabico, i deserti dell’Iran e dell’ex Unione Sovietica, il Gran Deserto Indiano (Thar) nel Rajasthan e, infine, i deserti del Takla-makan e del Gobi, che si trovano rispettivamente in Cina e in Mongolia; il deserto del Kalahari in Sud Africa; gran parte dell’Australia.

Vi sono poi altre considerazioni degne di nota: in Africa il 66% di tutti i terreni è arido o semi arido; nel Nord America invece questa percentuale è del 34%; l’Ufficio per la Gestione dei Terreni Usa considera vulnerabile a fenomeni di desertificazione circa il 40% del territorio continentale degli Stati Uniti; almeno il 40% dei terreni da pascolo del Texas è già troppo arido per poter essere utilizzato; il granaio dell’Impero Romano in Nord Africa, che un tempo aveva ospitato 600 città è oggi ridotto a un deserto.

Secondo i dati dell’Onu, attualmente il 20% della popolazione mondiale vive in zone aride. Il degrado ambientale ha prodotto 815 milioni di affamati, 1 miliardo e 200 milioni di persone in povertà estrema, 854 milioni di adulti analfabeti e 2 miliardi e 400 milioni sprovvisti delle elementari condizioni igieniche.

Tratto dalla rivista INQUINAMENTO, Giugno 2006