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Due campi di interesse per gli effetti sulla salute - Fabio Gea -

Lo stesso Andrea Baccarelli racconta come, in collaborazione con Ida Martinelli e Pier Mannuccio Mannucci (Centro Trombosi A. Bonomi, Fondazione Irccs Policlinico Ospedale Maggiore, Mangiagalli e Regina Elena) e di Joel Schwartz di Harvard, si sia evidenziato che l’ESPOSIZIONE a PM10 alteri i normali meccanismi coagulativi.

In seguito ad un picco di INQUINAMENTO i tempi di coagulazione sono accorciati (A. Baccarelli, J. Thrombosis Haemostasis 2007) e i livelli di omocisteina plasmatica, un noto fattore di rischio cardivascolare, sono aumentati (A. Baccarelli, Env. Health Perspect 2007).

Si è poi dimostrato che l’ESPOSIZIONE a PM10 è associata ad un incremento del rischio di trombosi venosa profonda, la terza malattia cardiovascolare in ordine di FREQUENZA dopo le malattie cardiache e gli ictus.

Tale risultato è stato particolarmente importante perché ha mostrato che l’INQUINAMENTO dell’aria non è dannoso soltanto per le arterie, producendo malattie cardiache e ictus, ma ha allargato l’ambito dei suoi effetti fino ad includere anche quello venoso.

La seconda linea di ricerca ha avuto l’obiettivo di evidenziare i meccanismi che l’es posizione ad INQUINAMENTO del l’aria induce nell’organismo.

Baccarelli sottolinea come lo studio dei meccanismi patologici rivesta particolare importanza non solo perché questi permettono di apportare plausibilità biologica ai dati epidemiologici, ma anche perché possono avere la potenzialità di svelare punti critici di azione che possono portare ad identificare i soggetti più a rischio e sviluppare quindi interventi preventivi.

In particolare, il suo gruppo si è dedicato a studiare i fattori genetici ed epigenetici con cui gli inquinanti dell’aria interagiscono.

Ha trovato delle differenze genetiche del nostro metabolismo di agenti antiossidanti che possono rendere alcuni soggetti più suscettibili ad INQUINAMENTO dell’aria (A. Baccarelli, Circulation 2008).

Ha dimostrato come una dieta ricca in alcuni nutrienti che partecipano ai cicli metabolici antiossidanti, come la metionina o le vitamine B6 e B12, sembri proteggere dagli effetti dell’INQUINAMENTO dell’aria.

Inoltre, ha osservato come l’ESPOSIZIONE ad INQUINAMENTO dell’aria modifichi il funzionamento del Dna.

I nuovi lavori del team mostrano infatti che il PM10 modifica la metilazione del Dna (A. Tarantini, Env. Health Perspectiv.2008, A. Baccarelli, Am J Resp Crit Care Med, in corso di stampa).

Spiega Baccarelli che mentre la sequenza del Dna rimane la stessa durante tutto l’arco della vita, la sua funzione cambia continuamente.

Inoltre, uno dei fattori che modifica il modo in cui nostro Dna si esprime è la metilazione del Dna stesso e alterazioni della metilazione sono state associate a malattia, come nel caso dei tumori.

Le osservazioni, una su una popolazione di anziani dell’area di Boston e una su dei lavoratori di fonderia esposti a PM10 nell’ambiente di lavoro, hanno segnalato delle alterazioni reversibili della metilazione del Dna misurata nel sangue.

È possibile che in futuro, anche se secondo il ricercatore per ora questo è poco più di un sogno, si possa agire con interventi dietetici o farmacologici al fine di ripristinare i normali profili di metilazione del Dna e prevenire così le malattie determinate da tossici ambientali.

Recentemente Andrea Baccarelli ha iniziato col suo gruppo uno studio simile a Pechino, in collaborazione con i colleghi della Peking University.

La novità dei risultati prodotti ha portato l’Harvard School of Public Health ad offrire al giovane ricercatore una posizione come Adjunct Professor (http://www.hsph.harvard.edu/faculty/andrea-baccarelli).

Ogni anno a gennaio tiene ad Harvard un corso di Environmental Epigenetics.

Fra Italia e Stati Uniti
La duplice esperienza nell’ambiente di ricerca italiano e americano (per un totale di sei anni fra Bethesta e Boston) ha condotto Baccarelli ad evidenziarne differenze peculiari e profonde.

E, a detta dello stesso, queste non sono semplicemente spiegabili con la divergenza nelle politiche degli investimenti negli ambiti specifici della ricerca, pubbliche o private che siano.

La formazione dei ricercatori negli Stati Uniti è molto attenta e capillare, mentre da noi rimane spesso approssimativa.

Le scuole di dottorato, nate nel 1800 alla Johns Hopkins University come tentativo di raggruppare i migliori docenti del Paese insieme ai migliori studenti, sono delle vere e proprie scuole professionalizzanti che producono ricercatori.

Il dottorato in Italia sembra invece più un periodo esteso di tirocinio, in cui lo studente impara soltanto da uno o pochi maestri, o a volte un semplice approfondimento delle attività teoriche già trattate durante i corsi di laurea.

Inoltre, l’intensità e la velocità del lavoro nelle università statunitensi è notevolmente maggiore che in quelle italiane.

La differenza culturale caratterizzata da una certa “ingenuità” dello spirito americano contribuisce alla separazione delle carriere scientifiche da quelle dell’insegnamento o di altri compiti accademici.

Negli Usa vi sono università e professori che si dedicano unicamente all’insegnamento, e altre che invece fanno principalmente ricerca.

Grazie ad un corpo docente molto ampio riescono anche a fare didattica di altissima qualità, ma con pochissimo carico sul singolo ricercatore.

Il risultato è che un ricercatore americano dedica un tempo alla ricerca molto maggiore di un ricercatore italiano, e i risultati si vedono.

Una differenza notevole del sistema americano è che spesso l’università non garantisce lo stipendio al ricercatore, se non per brevi periodi, e che il ricercatore deve trovare fondi di ricerca per pagare lo stipendio dei propri collaboratori, oltre al proprio.

E se questo sistema, secondo Baccarelli, spiega perché vi sia un notevole interesse ad essere produttivi, d’altra parte rischia di mettere una pressione eccessiva sul singolo ricercatore, che può portare ad una ricerca del risultato a tutti i costi.

Tratto dalla rivista INQUINAMENTO, Marzo 2009